Sviluppare insieme le competenze digitali e le professioni del futuro

FEDERICO BUTERA – 23/10/2022

Competenze digitali: cosa sono

Secondo il repertorio DG Comp 2.1 della Commissione Europea (Agid 2020), la prima dimensione di base delle competenze digitali indispensabile a tutti è quella della alfabetizzazione digitale che riguarda la capacità di utilizzare i comandi e le funzionalità operative di dispositivi digitali; visualizzare, ricercare, archiviare i dati; essere in grado di ottenere l’accesso con ID e password e altre operazioni. Sono competenze di tutti noi, diventati “cittadini digitali”. La elevata usabilità degli smartphone o tablet le fa apparire erroneamente come competenze semplici. In realtà questo è il primo “vallo di Adriano” del digital divide: persone non acculturate, lavoratori manuali non qualificati, persone anziane si bloccano spesso di fronte a difficoltà banali che appaiono incomprensibili per un nativo digitale come compilare un modulo digitale o rinnovare una password e che sono sistematicamente trascurate dai progettisti delle interfacce.

Un secondo ordine di competenze digitali riguarda la comunicazione e collaborazione: servirsi dei protocolli di comunicazione; navigare, interagire e condividere con gli altri; visualizzare, rilevare, associare, utilizzate i dati per prendere decisioni. Queste sono competenze trasversali che sono richieste per ogni tipo di lavoro. Sono competenze necessarie per collaborare e lavorare con gli altri nelle fabbriche, negli uffici, nei servizi.

Il terzo ordine di competenze riguarda la creazione di contenuti digitali: creare contenuti da pubblicare online, impartire disposizioni ad un sistema informatico, dal coding alle forme di programmazione via via più complesse. Esse richiedono una conoscenza del funzionamento delle tecnologie, una conoscenza tecnica più o meno profonda, comunque superiore a quella dell’utilizzatore. Esse sono le competenze dei mestieri e delle professioni informatiche, che sistemi come la ACDL europea registrano e certificano.

Un quarto ordine di competenze riguarda la cultura digitale. Essa implica la consapevolezza della natura e della pervasività delle tecnologie digitali nel lavoro, nell’organizzazione, nella vita. Essa implica la capacità di selezionare e utilizzare appropriatemene le tecnologie digitali per risolvere problemi, innovare prodotti e servizi, gestire i processi primari e secondari di una organizzazione. Esse sono alla base della cittadinanza digitale (Fuggetta 2019).

Ma non basta possedere questi diversi livelli di conoscenza degli strumenti e del mondo digitale: occorre comprendere la potenza e limiti di portata dei dati, che sono alla base del mondo digitale. Disporre di una grande quantità di dati che vengono forniti ad una velocità e con una precisione impensabile prima del digitale richiede una sempre più forte capacità di acquisizione, associazione, interpretazione dei dati e soprattutto di presa delle decisioni. Questa capacità di usare i dati per prendere decisioni dipende da una quinta classe di competenze: le competenze di dominio, conoscere la meccanica, l’elettronica, l’amministrazione, il servizio e quelle dell’ambito in cui si lavora.

Un sesto tipo di competenze che il digitale richiede ed esalta sono le competenze trasversali, chiamate con un termine che a me piace poco, soft skills. Le capacità di collaborazione, problem solving, pensiero creativo, design thinking diventano cruciali a tutti i livelli della vita delle organizzazioni. Le tecnologie digitali potenziano le interazioni e diventano fondamentali le capacità di cooperazione, condivisione di conoscenze, comunicazione, tenuta e sviluppo di comunità face to face e remote. Le tecnologie digitali abilitanti non sono solo “materie” da apprendere ma sono potentissimi dispositivi pedagogici per imparare a lavorare insieme (Zuccaro in preparazione).

La Fondazione Nordest Est a fine ottobre 2020 ha intervistato gli imprenditori del Nord, si attendono l’emergere nei prossimi mesi di nuovi ambiti di crescita dell’occupazione: sanità, farmaceutico, logistica, digitale, alimentare. In ognuno di questi ambiti, e in generale ritengono più importanti le competenze digitali (per il 30% degli intervistati), accanto ad alcune competenze trasversali, come saper gestire situazioni e problemi imprevisti (43,7%), farsi carico di attività nuove e sfidanti (43,7%), l’autonomia (40,9%).

Competenze digitali come componenti di ruoli e professioni

Le competenze digitali di tutti i tipi prima accennate sono componenti strutturali di ruoli e professioni che stanno trasformando il mondo del lavoro e la vita delle persone.

a. Professioni digitali

Crescono di numero e di importanza progettisti e sviluppatori di tecnologie additive, automazione integrata dei processi produttivi, Internet delle cose, virtual reality, messa in rete di attività produttive e progettuali, impiego dei big data, cloud, intelligenza artificiale nonché nuove professioni come data scientist, data engineer, analytics translator.

Si stima che dal oggi al 2022 le imprese italiane ricercheranno 469mila figure che oggi mancano tra laureati nelle discipline STEM (e cioè science, technology, engineering e mathematics) diplomati negli Its (gli istituti tecnici superiori), tecnici che, almeno in un terzo dei casi, non si trovano.

b. Mestieri tradizionali ibridi

Oggi oltre il 70% dei compiti di lavoro (tasks) consiste nel trattamento di dati, immagini, simboli. Si moltiplicano per questo varie forme lavori ibridi: i generatori e fruitori dei dati; i data driven decision maker; i venditori che operano su dati e relazioni; i fornitori di servizi data driven post vendita.

Il lavoro ibrido “combina” e “integra” le competenze relative ai processi tecnici specifici a una specifica occupazione con le competenze informatiche e digitali: le conoscenze per comunicare nei social network; le abilità per interagire con altre persone attraverso la mediazione o l’uso di tecnologie digitali; gli strumenti di trattamento dei dati per svolgere in modo efficace il proprio lavoro. Così concepito, il lavoro ibrido non riguarda solo i lavori della conoscenza ma si estende anche a quelle tradizionali, e anche a quelle manifatturiere.

È ibrido per esempio il lavoro delle figure operaie chiamate a prendere decisioni combinando il saper fare frutto dell’esperienza con l’uso di sistemi elettronici per il governo delle macchine, con l’interazione con robot collaborativi, con l’interpretazione di schemi e grafici, con il coordinamento con modalità digitali.

La fabbrica digitale infatti non è più un aggregato di macchine operative condotte da operatori parcellari e coordinati da sistemi di coordinamento e controllo basati su gerarchia e programmi, ma un sistema integrato in una catena di valorizzazione dei dati: raccolta, attraverso IOT e Smart object; valorizzazione attraverso data analytics e machine learning; fruizione per mezzo di data visualization; diffusione dei dati in vasti digital ecosiystem. Vengono analizzate grandi mole di dati, viene trasformato il dato in informazione, si prendono decisioni. In questi percorsi uomini e macchine si integrano come non era mai avvenuto.

c. Professioni ordiniste tradizionali ibride

È ibrido il lavoro di un numero crescente di professionisti. Nel caso del potentissimo computer Watson, l’applicazione medica più nota e ambiziosa dell’intelligenza artificiale capace di formulare in pochi secondi diagnosi precise e prescrivere terapie, il mestiere del medico non scomparirà come preconizzato da alcuni ma si trasformerà: da una parte, sorgerà una nuova categoria di professionisti sanitari formati per gestire i casi di routine; dall’altro medici con forte specializzazione per affrontare i casi più complessi e soprattutto capaci di operare a distanza per supportare medici e strutture sanitarie non coperte da una evoluta assistenza sanitaria (molte aree dell’Africa, dell’Asia, dell’America latina).

d. Green jobs

Nell’ambito del green new deal sorgeranno nuovi lavori o si trasformeranno quelli esistenti: riguarderanno per esempio i nuovi materiali in edilizia; la mobilità sostenibile; l’agricoltura ecosostenibile; i prodotti circolari; la manutenzione nell’industria; la progettazione e gestione delle smart cities. Tutti lavori che richiederanno in modo predominate l’impiego di competenze digitali.

e. Smart work

Il lockdown per la pandemia Covid 19, insieme alle tragedie che ha provocato e provoca, ha attivato uno straordinario esperimento organizzativo, sociale, tecnologico: da 6 a 8 milioni di persone dalla sera alla mattina hanno lavorato da remoto. Nella prospettiva di una ripresa dopo la pandemia, le migliori esperienze di smart work e di lavoro agile potrebbero essere valorizzate cambiando il lavoro, l’organizzazione, il rapporto vita lavoro, i trasporti, la configurazione dei luoghi di lavoro e delle case: una New Way of Working (WoW). E’ richiesta responsabilità sui risultati: nel prossimo paragrafo indicheremo nei ruoli responsabili lo strumento principale per assicurarla.

Le competenze digitali degli smart workers sono fondamentali e non riguardano solo l’uso delle tecnologie della comunicazione ma nello smart work vengono digitalizzati processi, adottati strumenti di elaborazione e monitoraggio digitale, si opera in un ambiente digitale di cui vanno conosciute le caratteristiche tecniche e culturali, i rischi, le opportunità.

Grazie alla digitalizzazione, ci sono attività di produzione (aver a che fare con macchine e impianti) che possono essere svolte a distanza: ci sono casi di gestione e controllo degli impianti da remoto. Oggi il controllo e la manutenzione software dei 50 laminatoi NTM della Tenaris nel mondo viene fatto attraverso un tablet operabile anywhere. E gli esempi potrebbero moltiplicarsi.

7. I ruoli e le professioni come strutture che reggono le competenze

Le competenze sono importanti ma non sono un lego, non sono mattoncini da comporre a volontà e al bisogno. I nuovi lavori non saranno un caleidoscopio di competenze anche se esse sono state elevate al rango di “nuovo paradigma pedagogico istituzionalizzato” limitato alle dimensioni (burocratiche) della certificazione delle competenze, come scrivono Benadusi e Molino (2018).

Sulle competenze vi sono due questioni di fondo che desidero chiarire.

Fra pochi anni gran parte dei lavori che esistono non ci saranno più o saranno profondamente cambiati. Sorgeranno nuovi lavori. Di fronte a questa incertezza il sistema produttivo tende spesso a rinunciare a progettare il lavoro, ossia a fare quello che si chiama job design e a ripiegare invece sulla apparente flessibilità consentita da una “gestione per competenze”, viste come un insieme di molecole o mattoncini utili per la selezione, la gestione, la valutazione, che poi potranno essere ricomposte al bisogno nei singoli casi.

Prevale in ciò ancora una visione vecchia, molecolare e frantumata di mansioni fatte di compiti destinati ad essere allocati fra gli uomini e le macchine: competenze e lavoro in frantumi, quindi. Il rischio che questo avvenga anche per le competenze digitali che abbiamo evocato prima è elevatissimo.

Progettare i lavori invece vuol dire configurare, nella concretezza e varietà dei processi produttivi e nella realtà della vita delle persone, nuove idee di ruoli, di mestieri e professioni che offrano alle organizzazioni efficienza e innovazione e alle persone professionalità, identità e cittadinanza, come per esempio furono i lavori artigiani nel rinascimento, le professioni nell’800. Per farlo è necessaria una alleanza strutturale di alta ispirazione tra sistema educativo e sistema produttivo.

La via maestra non è quella di formare competenze in astratto ma è quella di costruire dinamicamente ruoli, mestieri e professioni in base alle sfide dei processi produttivi e delle esperienze e capacità delle persone e della formazione ricevuta: un percorso di evoluzione congiunta di new jobs e new skills. Le competenze sono un attributo dei ruoli e delle professioni e la loro crescita.

L’ultimo report del World Economic Forum prevede che le nuove tecnologie digitali nei prossimi 5 anni cancelleranno a livello mondiale 85 milioni di posti di lavoro. Ma ne creeranno 100 milioni di nuovi. Come? Sviluppando ruoli e professioni ibride che includano buone competenze in materia informatica e digitale, ma anche solide competenze su materie di dominio e competenze sociali.

Il nuovo modello del lavoro che già si profila sarà basato su responsabilità sui risultati, dovrà essere in grado di controllare processi produttivi e cognitivi complessi e richiederà competenze tecniche e sociali. Un lavoro che susciti impegno e passione. Un lavoro fatto di relazioni tra le persone fra loro e con le tecnologie. Un lavoro che includa anche il workplace within, ossia il posto di lavoro “dentro” le persone con le loro storie lavorative e personali, “dentro” la loro formazione, “dentro” le loro aspirazioni e potenzialità.

La componente di base del nuovo lavoro è rappresentata dai ruoli aperti. Questi ruoli non sono le mansioni prescritte nel taylor-fordismo ma ‘copioni’, ossia definizione di aspettative formalizzate o meno che divengono poi ruoli agiti allorché vengono animati, interpretati e arricchiti dagli attori reali, ossia dalle persone vere all’interno delle loro organizzazioni o del loro contesti.

I nuovi ruoli saranno fra loro diversissimi per contenuto, livello, valore, competenze richieste ma saranno tutti basati su quattro componenti:

  1. la responsabilità su risultati misurabili materiali e immateriali, economici e sociali, strumentali ed espressivi, risultati che hanno valore per l’economia, l’organizzazione, la società;
  2. l’autonomia e il governo dei processi di lavoro, processi di fabbricazione di beni, di elaborazione di informazioni e conoscenze, di generazione di servizi, di ideazione, di attribuzione di senso, di creazione;
  3. la gestione positiva delle relazioni con le persone e con la tecnologia, ossia la capacità e responsabilità di lavorare in gruppo, comunicare estesamente, interfacciarsi con le tecnologie;
  4. il possesso e la continua acquisizione di adeguate competenze tecniche e sociali, di cui abbiamo parlato prima.

Questo modello, se applicato, si lascia indietro il modello delle mansioni prescritte da procedure o delle mansioni tecniche basate sulla padronanza di conoscenze specialistiche e ristrette: ossia il modello del taylor-fordismo, vecchio e nuovo.

Dato il carattere evolutivo e cangiante di questi ruoli sia sul versante oggettivo che soggettivo, sorgono però alcune domande chiave: come sarà possibile a) per le persone mantenere e sviluppare una identità professionale, un “centro di gravità permanente” come cantava Battiato? b) per i policy makers programmare il mercato del lavoro e la scuola?

Conosciamo già un dispositivo che consente di portare a unità diversissimi lavori fortemente differenziati per livelli di responsabilità, di remunerazione, di seniority. Gli innumerevoli ruoli nella quarta rivoluzione industriale possono essere raggruppati in mestieri e professioni di nuova concezione, caratterizzati da un ampio dominio di conoscenze e capacità costruite attraverso un riconoscibile percorso di studi e di esperienze e da un “ideale di servizio” caratterizzante e impegnativo.

Le nostre ricerche ci inducono a dire che il paradigma dominante del lavoro nella quarta rivoluzione industriale potrà essere quello dei mestieri e professioni dei servizi a banda larga (broadband service professions). Perché questa definizione? Servizi sono quelli resi sia al cliente finale sia alle strutture interne dell’organizzazione; a banda larga, perché questi mestieri e professioni devono poter contenere un altissimo numero di attività e ruoli diversi per contenuto, livello, background formativo. Essi non fanno parte di ordini professionali tradizionali, ma di modelli ben chiari questo si.

Tutti conosciamo il mestiere del carpentiere (che include il giovane apprendista che lavora in una ditta di infissi e il grande montatore di tralicci Tino Faussone de “La chiave a stella” di Primo Levi) e la professione del medico (che include il giovane praticante e il primario, il medico ospedaliero e il libero professionista, l’ortopedico e lo psichiatra). Il modello del mestiere e della professione include un’estrema varietà di situazioni occupazionali concrete: per esempio un medico è medico che sia cardiologo o psichiatra, che sia un ospedaliero o libero professionista, che sia un professore universitario o uno specializzando etc. Questo modello permette alle persone di passare da un ruolo all’altro senza   perdere identità; permette una visione e una strumentazione a chi programma lavoro e formazione. (…).

(Il testo riportato è tratto da Federico Butera, Sviluppare insieme le competenze digitali e le professioni di futuro, in Mondo Digitale, marzo 2021)