È in corso dunque una pericolosa partita al rialzo la cui posta in gioco è la ridefinizione dei rapporti di forza in Medio Oriente. Gli equilibri nella regione sono sempre stati instabili, ma l’intensità dello sforzo di tutti gli attori coinvolti per cambiare a loro favore lo status quo non ha probabilmente eguali nella storia contemporanea di questa parte del mondo. La carneficina del 7 ottobre dell’anno scorso ha soltanto fatto da scintilla all’incendio di una polveriera che si stava riempiendo da troppo tempo.
Chi ancora parla di “rischio di una guerra regionale” in Medio Oriente evidentemente non si rende conto che un conflitto è già in atto. Sembra il momento del redde rationem dopo decenni di minacce, scontri e intese mai rivelatisi definitivi. Il problema è che, almeno per il momento, nessuna delle parti appare nella condizione di prevalere sull’altra. Se, fino a poco fa, l’Iran valutava le possibili concessioni e le contropartite da discutere con gli americani in cambio di una diminuzione della pressione su Israele, ora è Teheran a essere in difficoltà. L’indebolimento dell’alleato libanese seguito alla morte di Nasrallah e all’uccisione o al ferimento di tanti dirigenti usando i cercapersone e le radio trasmittenti come cariche esplosive è un duro colpo per la Repubblica Islamica. Che è indotta a reagire, spinta dalla sua stessa essenza politico-ideologica, come ha fatto la sera del 1° ottobre con il lancio di circa 200 ordigni volanti verso lo Stato ebraico, in una spirale di violenza sempre più fuori controllo.
In questo momento, nessuno è disposto a prendere in considerazione l’ipotesi di addivenire a un’intesa. Tutti sono collocati su posizioni massimaliste, temendo di mettere a repentaglio la propria sopravvivenza e nella convinzione che trattare adesso sarebbe percepito come segno di debolezza. Ciononostante, solo una soluzione politica può fermare la spirale della violenza, che rischia di sfuggire di mano in qualsiasi momento portando solo altri lutti e sciagure di proporzioni sempre maggiori.
Respingere con chiarezza qualsiasi ipotesi implicante la cancellazione di Israele non significa ignorare il fatto che l’Iran, indipendentemente dal regime al potere a Teheran, deve essere parte dei futuri assetti del Medio Oriente. La guerra chiama solo altra guerra, anche se la forza armata è impiegata per ristabilire una deterrenza inevitabilmente contingente. La portata di quanto accade in questi giorni va ben al di là dei Paesi coinvolti, ma anche dello stesso Medio Oriente: la ridefinizione della mappa della regione, data la sua posizione geografica e gli interessi in gioco, non potrà che avere ripercussioni globali.
Il ruolo regionale degli Stati del Golfo dopo il 7 ottobre
Le monarchie del Golfo hanno anche capito quanto l’“asse della resistenza” guidato dall’Iran sia non solo vario, ma anche frammentato internamente. Oltre ai legami transnazionali, la guerra di Gaza ha esposto la crescente identità nazionale di questi attori non statali che spesso danno priorità – da Hezbollah in Libano alle Forze di mobilitazione popolare in Iraq – ai loro obiettivi e interessi locali rispetto a quelli dell’Iran. Sebbene solidali con la causa palestinese, gli alleati e i delegati iraniani mirano anche a prendersi cura dei loro affari interni e delle dinamiche sub-regionali.
Per gli stati del GCC, è ormai estremamente chiaro che non possono più evitare di affrontare la questione della sovranità palestinese o di considerarla come qualcosa da perseguire in qualche modo in futuro. La posta in gioco è diventata troppo alta per la stabilità regionale, mentre la Turchia ha assunto la bandiera del principale imputato palestinese nel campo sunnita. Le capitali arabe del Golfo sono anche consapevoli che la vicina Giordania (che ospita oltre 2,3 milioni di rifugiati palestinesi registrati) ha bisogno di essere sostenuta, più di prima, per isolare Amman dalle ricadute delle operazioni militari israeliane in tutta la regione, in un paese la cui sicurezza è essenziale per la sicurezza del Golfo.
Infine, il mondo post-7 ottobre ha insegnato un’importante lezione agli stati del GCC sulla Cina in Medio Oriente. Non è ancora giunto il momento perché Pechino svolga efficacemente il ruolo di risolutore di problemi nella regione, nella questione israelo-palestinese, in Iran o nel Mar Rosso. Di sicuro, la Cina ha fornito un palcoscenico all’Arabia Saudita e all’Iran per annunciare la ripresa delle relazioni bilaterali, come risultato di una lunga mediazione araba. Tuttavia, quando le crisi sono in fiamme, i cinesi sembrano ancora più abili a capitalizzare, piuttosto che a disinnescare. Per le monarchie del Golfo, ciò significa avere strumenti più deboli del previsto per esercitare pressioni indirette sull’Iran, limitando allo stesso tempo le opzioni militari di Israele.