Dalla guerra di Putin a quella di Trump, economia italiana sotto tiro incrociato 

di Anna Fabi 7 Aprile 2026 

Shock energetico, guerra commerciale e ora il fronte Iran. In quattro anni l’economia italiana ha assorbito tre crisi globali senza margini di recupero. 

Tre shock in quattro anni. Lo shock energetico scatenato dall’invasione russa dell’Ucraina voluta da Putin nel febbraio 2022, la guerra commerciale aperta dai dazi dell’amministrazione Trump nel 2025, e ora il conflitto in Iran con il blocco dello Stretto di Hormuz che riapre la ferita del caro-energia. L’Italia rischia addirittura la recessione nel 2026. 

La Previsione di Primavera 2026″ del Centro Studi Confindustria, intitolato “Guerre, dazi, incertezza: a rischio la crescita”, fotografa un’economia italiana compressa tra crisi geopolitiche e barriere tariffarie, con margini di manovra sempre più ridotti.  Il Rapporto  delinea tre scenari legati alla durata del conflitto in Iran: se le ostilità si chiudono entro marzo, il PIL cresce dello 0,5%; se durano quattro mesi, stagnazione; se si protraggono fino a dicembre, contrazione dello 0,7% con inflazione al 5,9%. 

Indice 

Hormuz chiuso, bollette in risalita e Decreto già superato 

Dazi al 15%, export in contrazione e concorrenza cinese 

Tre shock in quattro anni, nessuno assorbito 

Hormuz chiuso, bollette in risalita e Decreto già superato 

Taglio accise sui carburanti prorogato al 1° maggio3 Aprile 2026. Lo Stretto di Hormuz è bloccato dal 1° marzo 2026. Da quel corridoio di 54 chilometri transitava il 20% dell’offerta mondiale di petrolio e il 2,7% del gas naturale consumato nel mondo. I paesi del Golfo, prima dell’attacco, producevano 24,5 milioni di barili al giorno. In poche ore il Brent ha guadagnato oltre il 13%, portandosi a 82 dollari al barile, e il TTF — l’indice europeo del gas — è balzato del 25%, da 31,88 a 39,85 euro per megawattora. 

Per un paese che importa il 75% del proprio fabbisogno energetico, il 90% del gas e il 95% del petrolio, la trasmissione ai costi è immediata. Secondo le stime di Unimpresa, un rincaro del 20% sulle materie prime energetiche genera oltre 10 miliardi di costo aggiuntivo annuo per le imprese italiane, di cui 6 miliardi attribuibili al solo gas. La CGIA di Mestre ha calcolato un aggravio analogo, quasi 10 miliardi in più in bolletta nel 2026 se i rincari dovessero stabilizzarsi. Per le PMI manifatturiere, l’ordine di grandezza è di circa 6.000 euro di costo aggiuntivo a trimestre. 

La mappa dell’esposizione attraversa trasversalmente il tessuto produttivo: la ceramica di Sassuolo, la metallurgia di Brescia e Lumezzane, il cartario di Lucca, il tessile di Como, la siderurgia di Taranto. Nello scenario avverso di Confindustria, la bolletta energetica dell’industria salirebbe di 21 miliardi, con un’incidenza del 7,6% sui costi di produzione — un livello che metterebbe a rischio i margini operativi di interi comparti. 

Il Decreto Bollette 2026, entrato in vigore a febbraio con uno stanziamento di 3 miliardi, aveva introdotto un bonus fino a 115 euro per le famiglie con ISEE fino a 25.000 euro e sconti sugli oneri per le imprese. Misure calibrate su un mercato energetico in discesa che lo shock iraniano ha reso insufficienti nel giro di due settimane. Nei diciotto giorni successivi all’attacco, i prezzi all’ingrosso di elettricità e gas sono già saliti del 24% e del 33%, con effetti visibili alla pompa: benzina e gasolio oltre 1,70 euro al litro. 

Dazi al 15%, export in contrazione e concorrenza cinese 

BCE annuncia la strategia anti-shock25 Marzo 2026La crisi energetica si innesta su un tessuto produttivo già indebolito dalla guerra commerciale. L’accordo UE-USA del luglio 2025 ha fissato le tariffe al 15% sulle merci europee, un livello che l’ISPI definisce contenuto ma comunque pesante. Il dazio medio effettivo sulle importazioni statunitensi è quasi quadruplicato dopo il Liberation Day, dal 2,3% all’8,8%, e l’Italia — con un dazio medio dell’8%, superiore alla media UE — è tra i paesi più colpiti insieme alla Germania. 

Nel 2025, l’export italiano verso gli Stati Uniti ha raggiunto i 70 miliardi di euro (+7,2%), ma il dato è gonfiato dall’anticipo delle spedizioni per evitare le tariffe. Al netto della farmaceutica e delle commesse straordinarie, la contrazione è stata del 5,7%. Le stime del Centro Studi Confindustria indicano perdite superiori a 16 miliardi nel medio periodo se l’attuale struttura tariffaria viene confermata. E l’export resta piatto: +0,2% nel 2025, +0,1% previsto nel 2026, con un profilo rivisto al ribasso a causa dei dazi e dell’euro forte. 

A comprimere ulteriormente l’industria italiana si aggiunge il riorientamento dell’export cinese. Le importazioni italiane dalla Cina hanno superato i 60 miliardi di euro nel 2025 (+16,4% sul 2024), trainate dai prodotti a medio-alta tecnologia che la Cina non riesce più a vendere negli Stati Uniti. In cinque anni, la quota di export cinese in settori a medio-alta tecnologia è salita dal 28% al 42%. Per l’industria manifatturiera italiana, già alle prese con i rincari energetici, è una pressione competitiva che erode margini su entrambi i lati del conto economico. 

Tre shock in quattro anni, nessuno assorbito 

Istat, crolla in Italia la fiducia, torna lo spettro della crisi27 Marzo 2026La crisi attuale non colpisce un’economia sana. L’invasione dell’Ucraina nel 2022 aveva portato l’inflazione all’8,7%, fatto esplodere la bolletta energetica dell’industria da 8 a 37 miliardi e generato un costo complessivo di circa 76 miliardi per il sistema Italia nel solo primo anno. Tre anni dopo, quell’onda non si è ancora riassorbita: i costi energetici delle imprese italiane restano superiori del 25% rispetto a sei anni fa, con il PUN strutturalmente più alto di Francia e Germania. La manifattura, che nel 2022 aveva perso il 5,8% nella metallurgia e il 7,1% nella chimica, non ha mai recuperato i livelli di produzione pre-crisi. 

La domanda estera netta fornisce un contributo negativo al PIL sia nel 2025 sia nel 2026, lasciando la crescita interamente dipendente dal mercato interno. Ma anche questa leva è fragile: le famiglie hanno aumentato la propensione al risparmio, frenate dall’incertezza, e il PNRR — che ha tenuto in piedi gli investimenti pubblici negli ultimi tre anni — è nella fase finale di attuazione. La spesa per la difesa, nel frattempo, è destinata a salire dall’1,5% al 3,5% del PIL nel prossimo decennio, un impegno che in assenza di deroghe al Patto di Stabilità si traduce in minore spesa sociale. 

Il presidente di Confindustria Orsini ha chiesto Eurobond, debito comune europeo e un mercato unico dell’energia, richiamando le misure straordinarie del Covid. Il MEG riconosce che un conflitto prolungato in Medio Oriente avrebbe effetti negativi persistenti su approvvigionamento energetico e fiducia di imprese e consumatori. L’Italia arriva al 2026 con una crescita da zero virgola, un’industria sotto pressione da tre fronti simultanei e un bilancio pubblico che non ha più lo spazio di manovra del 2020. Tre guerre, nessuna combattuta dall’Italia, tutte scaricate sulla sua economia.