Un’altra sanità territoriale è possibile!

Marco Geddes da Filicaia

Ci voleva la pandemia per disvelarci le carenze dell’assetto della nostra sanità territoriale, derivanti dalla progressiva riduzione dei finanziamenti che ha inciso in misura rilevante su tale settore del nostro servizio sanitario: la carenza di personale, in particolare infermieristico; le poche risorse per strutture e tecnologie; la frammentazione dei processi assistenziali e del rapporto fra la sanità territoriale e la rete ospedaliera; la limitata disponibilità di assistenza domiciliare; l’inadeguata disponibilità di strutture post ricovero quali gli Ospedali di comunità e i Centri per la riabilitazione. ….continua

Pervasività della digitalizzazione delle società. Un fenomeno planetario

Giovanni BENEDETTI – L’Osservatore Romano, 20 dicembre 2021

Che la diffusione a macchia d’olio della tecnologia a uso domestico sia una delle principali caratteristiche del terzo millennio, e in particolare dell’ultima decade, è ormai innegabile. Lo sviluppo e la maggiore circolazione quasi in parallelo delle nuove reti internet, dei social network e dei telefoni cellulari hanno avuto come risultato una vera e propria digitalizzazione della società, ormai in gran parte interconnessa dal web. In questa chiave di lettura, l’arrivo della pandemia di Covid-19 a marzo 2020 ha rappresentato poi una conferma definitiva delle nuove dinamiche sociali digitali.(…continua)

 

 

Un’alleanza generazionale per la transizione ambientale e demografica

ALESSANDRO ROSINA

L’Italia, assieme a tutta l’Europa, punta a diventare sempre più verde e blu, ma nel frattempo deve prepararsi a diventare sempre più grigia (o argento). Transizione ecologica e transizione digitale sono messe al centro della strategia di rilancio dell’economia su basi nuove dopo l’impatto della pandemia. Si tratta di due processi da favorire in modo interdipendente, con misure che consentano di rendere ciascuno leva positiva per l’altro. C’è però un terzo processo sempre più destinato a condizionare i percorsi di crescita delle società mature avanzate nel resto di questo secolo. È la transizione demografica e in particolare l’invecchiamento della popolazione.

L’Italia è il Paese in Europa con il record di cittadini con più di 50 anni (attualmente sono oltre il 45%). Nei prossimi anni, secondo le previsioni Eurostat, diventerà il primo a entrare in una nuova, inedita, fase della sua propria storia in cui gli ultra 50enni costituiranno la maggioranza assoluta della popolazione. L’aumento della componente più matura e i progressi della longevità – che continueranno dopo il contraccolpo della pandemia – non possono diventare argomento di discussione politica sul futuro del Paese solo in termini di età di pensionamento. Un Paese che rinuncia a declinare “longevità” con “opportunità” è destinato a una decrescita infelice in cui si espandono squilibri e diseguaglianze. Da un lato, sensibilità e attenzione rispetto ai temi dell’ambiente sono in crescita generalizzata non solo tra i giovani, ma in tutte le generazioni.

È sempre più condivisa l’idea che non si tratti solo di ridurre l’impatto umano sul clima, ma che si debba passare a un nuovo modello culturale che inglobi, più in generale, il benessere futuro all’interno dei processi decisionali individuali e collettivi di oggi. Questo richiede un’alleanza generazionale più che un conflitto, dato che il concetto di benessere multidimensionale e inclusivo non può che coinvolgere in modo attivo tutte le età e le classi sociali. D’altro lato, i comportamenti individuali dei senior contano e il loro peso sulle scelte collettive è crescente. Questo ha ricadute sul versante elettorale, nelle dinamiche della partecipazione sociale e lavorativa, negli stili di vita in continua evoluzione e nell’orientare i consumi. Non a caso la Commissione europea ribadisce in modo continuo nei suoi documenti le grandi opportunità offerte dalla silver economy.

Nel recente Green paper on ageing si afferma che l’economia generata dalla domanda di prodotti e servizi espressa dalle esigenze e preferenze delle persone più mature si espande con un ritmo del 5% annuo. Sempre più ampio e diversificato è anche l’insieme dei settori coinvolti: dal turismo alle smart home che consentono di vivere in abitazioni con maggior efficienza energetica e più sicure, dalla mobilità assistita alla telemedicina e alla robotica, dalla ristorazione sempre più salutare a mirati prodotti assicurativi. Il mercato in crescita dei senior sta attirando sempre più l’attenzione di varie realtà che operano sul mercato, non sempre in modo virtuoso. Rilevante è anche il ruolo che fondi pensioni e casse professionali possono avere nel mettere in relazione positiva la transizione demografica con lo sviluppo sostenibile e competitivo del Paese, favorendo il passaggio culturale da società che risparmia a società che investe.

Più in generale, la presenza crescente della componente matura della popolazione deve essere messa nella condizione di diventare sempre meno ingombrante e sempre più abilitata e abilitante all’interno delle grandi trasformazioni culturali, sociali ed economiche in corso. Dal lato della domanda, aiuta ad andare in tale direzione tutto ciò che aumenta la consapevolezza dei senior nell’importanza di adottare e promuovere comportamenti di consumo e investimenti privati che favoriscono lo sviluppo sostenibile.

Questo riguarda anche i consumi culturali e l’impegno sociale quando aiutano non solo a migliorare l’invecchiamento attivo, ma a generare valore collettivo nel territorio in cui crescono le nuove generazioni. Dal lato dell’offerta, è altrettanto importante far incontrare tale crescente consapevolezza con beni e servizi sul mercato, coerenti con la transizione verde e digitale, in grado di rivolgersi in modo conveniente ed efficace verso i senior. Il loro peso demografico e la loro disponibilità economica, entrambi tendenzialmente maggiori rispetto ai giovani, se combinati con la qualità della loro partecipazione e delle loro scelte, possono dare una spinta notevole nella direzione di un futuro in cui migliorano le condizioni di benessere comune.

È quindi arrivato il tempo di una silver ecology. Ovvero di riconoscere esplicitamente, misurare adeguatamente, per poi favorire efficacemente, il ruolo che possono avere i senior nei processi che alimentano lo sviluppo sostenibile. Il portale Osservatorio senior in un editoriale che introduce tale concetto nel dibattito pubblico e invita a svilupparlo, propone di far rientrare nella silver ecology quella parte di silver economy che riguarda consumi e investimenti in grado di favorire la transizione ecologica in sintonia con gli obiettivi dell’Agenda 2030.

Ma nella silver ecology vanno comprese anche: le attività di volontariato che consentono di ridurre le diseguaglianze sociali e generazionali; le attività di impegno civico (si pensi al Fai Fondo ambiente italiano, ma non solo) che tendono a valorizzare cultura, ambiente e territorio; oltre al contributo che i senior possono dare nelle organizzazioni attraverso specifiche pratiche di trasferimento di esperienze e competenze che migliorano il sapere essere e fare delle nuove generazioni. Si tratta di un concetto ancora in via di definizione e con confini da precisare, ma di grande rilevanza per aiutare a individuare la direzione di sviluppo del Paese nel post pandemia, in coerenza con le sfide che l’entrata nella fase matura di questo secolo pone.

in Il Sole 24 Ore, 17 novembre 2021

Alfabetizzazione Digitale

antonio INFANTE – su “Il nostro tempo” novembre 2021 – Seminario Organizzativo SPI CGIL Venezia

L’approfondimento, nel programma dei lavori di oggi, sul tema “alfabetizzazione digitale”è un’iniziativa che lo SPI CGIL ha promosso al fine di ricostruire un’azione collettiva e sindacale a tutela dei diritti lavoratori e dei pensionati a seguito delle trasformazioni introdotte dalle nuove tecnologie.

A tal fine è utile ricordare i cambiamenti intervenuti nella nostra vita, nel lavoro e nella società. (…continua)

“TRANSIZIONE ECOLOGICA”, UNA ESPRESSIONE FUORVIANTE

STEFANO LIBERTI

La “transizione ecologica” domina ormai il dibattito pubblico. Il termine è così diffuso che il governo Draghi ha deciso di dare questa dicitura al tradizionale ministero dell’ambiente, sulla scorta di quanto è stato fatto – non con tanta fortuna, in verità – in Francia e in Spagna. La transizione ecologica porta con sé un senso di rassicurante gradualità, di cambiamento indolore del modello, di traiettorie quasi bonarie verso un futuro radioso in cui si ridurranno le emissioni, scompariranno i combustibili fossili, ma senza alcuna modifica sostanziale del nostro stile di vita.

La transizione richiede per definizione un tempo lungo, necessario per non creare scossoni, non alterare troppo gli equilibri e rendere il processo universalmente accettabile. Il problema è che questo tempo non lo abbiamo e che la formula di transizione ecologica può risultare fuorviante, se non contro-producente. Trasmette infatti un senso di non urgenza che stride con gli effetti sempre più manifesti della crisi climatica. E stride anche con gli obiettivi proclamati dalla stessa transizione.

Mantenere l’aumento della temperatura media globale sotto 1,5 gradi celsius come prevede l’accordo di Parigi, o raggiungere la neutralità climatica al 2050 come indicano i target europei, richiede sforzi immensi. Target così ambiziosi implicano azioni incisive sui sistemi produttivi, profondi cambiamenti nella struttura delle nostre città, nei consumi energetici, nelle abitudini alimentari, nella mobilità. Implicano una revisione totale del modello di sviluppo, che parta dalla considerazione che in un pianeta con le risorse finite non si può immaginare una crescita infinita.

Chiamare tutto ciò transizione vuol dire non crederci più di tanto – o coltivare l’illusione che il tutto si aggiusterà da sé, con interventi cosmetici e qualche accortezza. Siccome sappiamo che non sarà così, che per riuscire il processo dovrà essere radicale e non sarà indolore, è necessario un cambio di paradigma che dovrebbe essere accompagnato da un cambio di vocabolario. Piuttosto che di transizione non sarebbe allora meglio parlare di “conversione ecologica”, come già indicava quasi 40 anni fa Alexander Langer? Di fronte all’emergenza climatica, il genere umano ha bisogno di ripensarsi, rimodellare il proprio modo di vivere, il proprio approccio alla risorse naturali e il modello di sviluppo all’origine di molti dei processi che si stanno rivelando letali. Viviamo in tempi in cui la gradualità non è più ammessa – le sfide del futuro implicano una radicalità di scelte che deve trovare anche una sua definizione.

in “L’Espresso” del 7 novembre 2021