La Costituzione. Tema complesso, delicato da affrontare con prudenza e saggezza

Gustavo Zagrebelsky

L’anno si chiude con la ripresa dei discorsi sulla Costituzione, in parallelo con le preoccupazioni circa lo stato di disgregazione della politica. Sono discorsi e preoccupazioni che rinviano gli uni alle altre e viceversa. Alla Costituzione si arriva a partire dalla politica per offrire rimedi a essa; e alla politica si arriva a partire dalla Costituzione alla quale si chiede di dare un ordine a questa. La politica è debole – si dice e allora si crede di ovviare con una Costituzione forte. Viceversa la Costituzione è debole e allora si crede di rinforzarla con una politica forte. Tutto ciò, dovrebbe avvenire “di fatto”.

Punto primo, riguardante la tradizione dello “Stato di diritto”. Ai discorsi al riguardo non si dovrebbe partecipare con leggerezza.

Toccano il presente e possono pregiudicare il futuro. “Di fatto” vuol dire “non di diritto”; ciò significa fuori o contro il diritto. Chi parla di mutamenti costituzionali di fatto dichiara implicitamente di avere in mente forzature incostituzionali. Le forzature, come dice la parola, sono prodotti di azioni che sottomettono il diritto ai disegni di chi dispone della forza. Nello “Stato di diritto” il diritto dovrebbe stare sopra la forza, non il contrario.

Punto secondo, riguardante la formula Costituzione “di fatto”. La si indica con parole come presidenzialismo o semi-presidenzialismo. Le realizzazioni pratiche di questi sistemi di governo sono varie e dipendono non solo dalle formule costituzionali, ma anche da molti fattori, politici, sociali e culturali. C’è il presidenzialismo nord-americano e sud-americano. C’è il semi- presidenzialismo francese e africano, degli Stati postcoloniali. Non bastano le formule astratte. Bisogna procedere dalla realtà, considerare le trasformazioni costituzionali rispetto alle tradizioni di ogni popolo, che sono spesso un dato duro da scalfire, e prendere in considerazione le conseguenze. Se c’è una cosa che non dovrebbe essere dimenticata da politici e costituzionalisti è che le costituzioni sono come abiti posti su corpi viventi. Se l’abito non è confezionato con le giuste misure, il corpo prevarrà sull’abito e lo deformerà; oppure, l’abito pretenderà di cambiare il corpo cercando di ridurlo alle sue dimensioni. Fuor di metafora, nel primo caso le trasformazioni saranno solo apparenti, cioè inutili; nel secondo, saranno innaturali e dovranno essere imposte con la forza. Le vere e non pericolose trasformazioni costituzionali sono quelle in cui sostanza e forma si accordano senza farsi la guerra.

Punto terzo, riguardante il contenuto della “Costituzione di fatto”. Già ora, e ciò in parte è vero, il Presidente della Repubblica si è appropriato impropriamente di compiti e poteri di governo. Si è usata l’immagine del mantice della fisarmonica: può estendersi a volontà e secondo necessità se gli altri poteri non lo trattengono. I poteri del Presidente, sulla carta, sono in effetti numerosi. Per molto tempo, però, sono stati esercitati nel rispetto dell’autonomia politica del governo sostenuto dalla maggioranza parlamentare. Infatti, nel sistema parlamentare, il Presidente è un garante della Costituzione e l’interprete dell’unità nazionale, non un soggetto governante. La funzione di governo lo trasformerebbe inevitabilmente in organo di parte, alterando l’equilibrio voluto dalla Costituzione. Ciò che più conta, nel contesto attuale, determinerebbe un concentrato di potere piuttosto mostruoso. Il Parlamento eleggerebbe il Presidente della Repubblica; il Presidente della Repubblica nominerebbe un Presidente del Consiglio a lui gradito, una sua protesi; se il Parlamento non seguisse e non votasse la fiducia, il Presidente della Repubblica potrebbe minacciare o mettere in azione il potere di scioglimento delle Camere. Il timore dei membri del Parlamento di fronte a questa prospettiva, metterebbe non solo il governo, ma anche il Parlamento nelle mani del Presidente.

Punto quarto, riguardante il presente e il futuro. Quando si parla di costituzione, si deve pensare non all’immediato, ma al tempo lungo. Le costituzioni sono fatte per durare. Ora, è ben possibile che, in condizioni d’emergenza politica, economica e sanitaria quali si ritiene che esistano oggi, sia opportuno che le forze politiche, sociali e culturali, constatando le proprie difficoltà o la propria incapacità, consentano provvisoriamente uno spostamento di potere volontario là dove meglio può esercitarsi, in mancanza d’altro. Ma, ciò sempre sotto il controllo di coloro che ne sono i titolari. Ma da qui, a parlare di “Costituzione di fatto” è un salto nell’ignoto. L’opinione pubblica è tratta in inganno quando si parla di presidenzialismo o di semipresidenzialismo e si fa credere che la Costituzione di fatto possa dare ai cittadini il potere di eleggere il proprio Presidente della Repubblica con voto diretto, come accade per l’appunto in quei sistemi di governo. Nulla di tutto ciò secondo la nostra “Costituzione di fatto”. Si creerebbe un centro potere di durata addirittura settennale (salva rielezione), autoreferenziale o, meglio referenziale rispetto alle forze che ne hanno promosso l’elezione, senza nemmeno la dialettica che è possibile quando – come nei veri sistemi che si richiamano a qualche forma di presidenzialismo – il Parlamento e il Presidente traggono entrambi un’autonoma legittimazione democratica attraverso il voto popolare e possono quindi bilanciarsi reciprocamente. Il presidenzialismo che si affermi per slittamenti di puro fatto, come se fosse indifferente governare da Palazzo Chigi o dal Quirinale, è piuttosto un mostro che un modello. Chi lo propugna richieda, allora, una ridefinizione del quadro costituzionale con quanto occorre in termini di equilibri istituzionali e garanzie costituzionali.

Punto quinto, circa gli orientamenti dell’opinione pubblica. I sondaggi paiono dire che una larga maggioranza dei cittadini è orientata favorevolmente verso il o, meglio, un presidenzialismo. O più semplicemente, verso l’elezione diretta del Presidente della Repubblica. Non è una novità ed è comprensibile, anche a fronte dello spettacolo al quale prevedibilmente assisteremo nelle prossime settimane. Tuttavia, compito di coloro che operano responsabilmente sul terreno politico- costituzionale dovrebbe essere di distinguere, all’interno della massa dei favorevoli, coloro che invocano l’elezione diretta perché appartengono a quella vena autoritaria e anti-parlamentare che esiste da sempre nel nostro Paese; coloro che la vogliono per punire le degenerazioni e la rissosità del parlamentarismo dei suoi attori; coloro che semplicemente, quando si chiede loro se vogliono un potere in più e uno strumento di azione politica diretta, dicono “perché no?” Non tutti costoro sarebbero d’accordo tra di loro. A quella che si chiama “classe dirigente” spetta la responsabilità di distinguere le pulsioni autoritarie e populiste, le giuste richieste di rigenerazione ai partiti e alle forze politiche in vista della fiducia dei cittadini e la comprensibile domanda di maggiore partecipazione politica. A queste richieste non c’è una risposta unica. Anzi, le risposte sono diverse. La confusione di istanze così lontane tra loro, in nome del generico presidenzialismo, sarebbe qualcosa di cui si rischia di pagare in futuro un conto salato.

in “la Repubblica” del 24 dicembre 2021

Un’altra sanità territoriale è possibile!

Marco Geddes da Filicaia

Ci voleva la pandemia per disvelarci le carenze dell’assetto della nostra sanità territoriale, derivanti dalla progressiva riduzione dei finanziamenti che ha inciso in misura rilevante su tale settore del nostro servizio sanitario: la carenza di personale, in particolare infermieristico; le poche risorse per strutture e tecnologie; la frammentazione dei processi assistenziali e del rapporto fra la sanità territoriale e la rete ospedaliera; la limitata disponibilità di assistenza domiciliare; l’inadeguata disponibilità di strutture post ricovero quali gli Ospedali di comunità e i Centri per la riabilitazione. ….continua

Pervasività della digitalizzazione delle società. Un fenomeno planetario

Giovanni BENEDETTI – L’Osservatore Romano, 20 dicembre 2021

Che la diffusione a macchia d’olio della tecnologia a uso domestico sia una delle principali caratteristiche del terzo millennio, e in particolare dell’ultima decade, è ormai innegabile. Lo sviluppo e la maggiore circolazione quasi in parallelo delle nuove reti internet, dei social network e dei telefoni cellulari hanno avuto come risultato una vera e propria digitalizzazione della società, ormai in gran parte interconnessa dal web. In questa chiave di lettura, l’arrivo della pandemia di Covid-19 a marzo 2020 ha rappresentato poi una conferma definitiva delle nuove dinamiche sociali digitali.(…continua)

 

 

Un’alleanza generazionale per la transizione ambientale e demografica

ALESSANDRO ROSINA

L’Italia, assieme a tutta l’Europa, punta a diventare sempre più verde e blu, ma nel frattempo deve prepararsi a diventare sempre più grigia (o argento). Transizione ecologica e transizione digitale sono messe al centro della strategia di rilancio dell’economia su basi nuove dopo l’impatto della pandemia. Si tratta di due processi da favorire in modo interdipendente, con misure che consentano di rendere ciascuno leva positiva per l’altro. C’è però un terzo processo sempre più destinato a condizionare i percorsi di crescita delle società mature avanzate nel resto di questo secolo. È la transizione demografica e in particolare l’invecchiamento della popolazione.

L’Italia è il Paese in Europa con il record di cittadini con più di 50 anni (attualmente sono oltre il 45%). Nei prossimi anni, secondo le previsioni Eurostat, diventerà il primo a entrare in una nuova, inedita, fase della sua propria storia in cui gli ultra 50enni costituiranno la maggioranza assoluta della popolazione. L’aumento della componente più matura e i progressi della longevità – che continueranno dopo il contraccolpo della pandemia – non possono diventare argomento di discussione politica sul futuro del Paese solo in termini di età di pensionamento. Un Paese che rinuncia a declinare “longevità” con “opportunità” è destinato a una decrescita infelice in cui si espandono squilibri e diseguaglianze. Da un lato, sensibilità e attenzione rispetto ai temi dell’ambiente sono in crescita generalizzata non solo tra i giovani, ma in tutte le generazioni.

È sempre più condivisa l’idea che non si tratti solo di ridurre l’impatto umano sul clima, ma che si debba passare a un nuovo modello culturale che inglobi, più in generale, il benessere futuro all’interno dei processi decisionali individuali e collettivi di oggi. Questo richiede un’alleanza generazionale più che un conflitto, dato che il concetto di benessere multidimensionale e inclusivo non può che coinvolgere in modo attivo tutte le età e le classi sociali. D’altro lato, i comportamenti individuali dei senior contano e il loro peso sulle scelte collettive è crescente. Questo ha ricadute sul versante elettorale, nelle dinamiche della partecipazione sociale e lavorativa, negli stili di vita in continua evoluzione e nell’orientare i consumi. Non a caso la Commissione europea ribadisce in modo continuo nei suoi documenti le grandi opportunità offerte dalla silver economy.

Nel recente Green paper on ageing si afferma che l’economia generata dalla domanda di prodotti e servizi espressa dalle esigenze e preferenze delle persone più mature si espande con un ritmo del 5% annuo. Sempre più ampio e diversificato è anche l’insieme dei settori coinvolti: dal turismo alle smart home che consentono di vivere in abitazioni con maggior efficienza energetica e più sicure, dalla mobilità assistita alla telemedicina e alla robotica, dalla ristorazione sempre più salutare a mirati prodotti assicurativi. Il mercato in crescita dei senior sta attirando sempre più l’attenzione di varie realtà che operano sul mercato, non sempre in modo virtuoso. Rilevante è anche il ruolo che fondi pensioni e casse professionali possono avere nel mettere in relazione positiva la transizione demografica con lo sviluppo sostenibile e competitivo del Paese, favorendo il passaggio culturale da società che risparmia a società che investe.

Più in generale, la presenza crescente della componente matura della popolazione deve essere messa nella condizione di diventare sempre meno ingombrante e sempre più abilitata e abilitante all’interno delle grandi trasformazioni culturali, sociali ed economiche in corso. Dal lato della domanda, aiuta ad andare in tale direzione tutto ciò che aumenta la consapevolezza dei senior nell’importanza di adottare e promuovere comportamenti di consumo e investimenti privati che favoriscono lo sviluppo sostenibile.

Questo riguarda anche i consumi culturali e l’impegno sociale quando aiutano non solo a migliorare l’invecchiamento attivo, ma a generare valore collettivo nel territorio in cui crescono le nuove generazioni. Dal lato dell’offerta, è altrettanto importante far incontrare tale crescente consapevolezza con beni e servizi sul mercato, coerenti con la transizione verde e digitale, in grado di rivolgersi in modo conveniente ed efficace verso i senior. Il loro peso demografico e la loro disponibilità economica, entrambi tendenzialmente maggiori rispetto ai giovani, se combinati con la qualità della loro partecipazione e delle loro scelte, possono dare una spinta notevole nella direzione di un futuro in cui migliorano le condizioni di benessere comune.

È quindi arrivato il tempo di una silver ecology. Ovvero di riconoscere esplicitamente, misurare adeguatamente, per poi favorire efficacemente, il ruolo che possono avere i senior nei processi che alimentano lo sviluppo sostenibile. Il portale Osservatorio senior in un editoriale che introduce tale concetto nel dibattito pubblico e invita a svilupparlo, propone di far rientrare nella silver ecology quella parte di silver economy che riguarda consumi e investimenti in grado di favorire la transizione ecologica in sintonia con gli obiettivi dell’Agenda 2030.

Ma nella silver ecology vanno comprese anche: le attività di volontariato che consentono di ridurre le diseguaglianze sociali e generazionali; le attività di impegno civico (si pensi al Fai Fondo ambiente italiano, ma non solo) che tendono a valorizzare cultura, ambiente e territorio; oltre al contributo che i senior possono dare nelle organizzazioni attraverso specifiche pratiche di trasferimento di esperienze e competenze che migliorano il sapere essere e fare delle nuove generazioni. Si tratta di un concetto ancora in via di definizione e con confini da precisare, ma di grande rilevanza per aiutare a individuare la direzione di sviluppo del Paese nel post pandemia, in coerenza con le sfide che l’entrata nella fase matura di questo secolo pone.

in Il Sole 24 Ore, 17 novembre 2021

Alfabetizzazione Digitale

antonio INFANTE – su “Il nostro tempo” novembre 2021 – Seminario Organizzativo SPI CGIL Venezia

L’approfondimento, nel programma dei lavori di oggi, sul tema “alfabetizzazione digitale”è un’iniziativa che lo SPI CGIL ha promosso al fine di ricostruire un’azione collettiva e sindacale a tutela dei diritti lavoratori e dei pensionati a seguito delle trasformazioni introdotte dalle nuove tecnologie.

A tal fine è utile ricordare i cambiamenti intervenuti nella nostra vita, nel lavoro e nella società. (…continua)