Scienza, diritti, management: l’arbitrio al centro dell’era digitale

Francesco VARANINI

I rischi e le opportunità dell’accelerazione tecnologica. Diritti, interessi economici e bene comune, etica del management, sostenibilità e democrazia: il punto di vista di Francesco Varanini.

Secondo le sue riflessioni per affrontare l’“era digitale” bisogna imparare a usare in modo etico le tecnologie e ridefinire il significato dello sviluppo: da dove si comincia?

Dal ragionare su come gli strumenti digitali condizionano il nostro essere cittadini. Dal comprendere quanto la loro potenza e pervasività, la loro capacità di blandirci e condizionarci influenzino la partecipazione alla vita pubblica. Il nostro legame con le tecnologie non è infatti immediatamente evidente. Solo conoscendone le logiche retrostanti possiamo valutare come e perché svilupparle, usarle, valutarne i rischi, le opportunità e gli effetti. (…continua)

LA LIBERTÀ È RESPONSABILE (OPPURE NON È LIBERTÀ). IL DIRITTO DI TUTTI AL NON CONTAGIO

Massimo CAVI – Avvenire 11/9/2021

Negli Stati Uniti, dove le battaglie per la libertà si caratterizzano sempre per le tonalità vivaci che arrivano ad assumere, alle cause intentate dai no-vax contro le imposizioni sanitarie si stanno ora aggiungendo iniziative legali per tutelare il diritto di non essere contagiati. Chi le promuove contesta agli Stati che vietano l’obbligo di mascherine nelle scuole o non richiedono una forma di Green pass in altri contesti, di non fare abbastanza per contrastare la pandemia, e dunque di allungare i tempi del ritorno alla normalità, oppure di discriminare i ragazzi più fragili nel momento in cui riprendono a fare vita comunitaria.

Il tema dei diritti di chi vuole essere protetto dall’infezione ribalta un po’ la prospettiva cui ci ha costretto fin qui la narrazione della ‘libertà’ ai tempi della pandemia, questione che in Italia finora ha riguardato solo chi rivendica il diritto, tutelato dalla Carta costituzionale, di non essere sottoposto a un trattamento sanitario contro la propria volontà … continua

in “Avvenire” del’11 settembre 2021

La nostra libertà non è assoluta: per avere senso ha bisogno degli altri

Nadia Urbinati

La pandemia ha catapultato la democrazia costituzionale in una realtà inedita sotto molti punti di vista, medico-sanitari, giuridico-amministrativi ed etici. La riporta alle sue radici – la libertà e i diritti – come non accadeva dagli anni Quaranta e Cinquanta, quando su questi temi si accese una delle più ricche e importanti discussioni filosofiche e politiche del Ventesimo secolo. Allora, l’obiettivo polemico era il potere totalizzante di uno stato non democratico. Oggi, sono i limiti alla libertà nelle decisioni di democrazie costituzionali. Nelle strategie di contenimento e prevenzione del contagio adottate dai governi democratici, i critici leggono il segno della dimensione fatalmente arbitraria del potere statale, pronto a derubarci della libertà con il pretesto di proteggere la nostra vita.

Il green pass è scomunicato come una politica di discriminazione verso chi non è vaccinato o non si vuole vaccinare – addirittura come la stella di David che i regimi nazi-fascisti imponevano agli ebrei di appuntarsi sul petto. Si tratta di una battaglia ideologica che immagina complotti e cospirazioni da parte di poteri occulti ai danni di cittadini vulnerabili usati come cavie. La narrativa del potere invisibile e totale è irresistibile perché dogmatica; ed è capace di unire al di là di destra e sinistra, di risvegliare il dormiente “potere costituente” contro il “potere costituito” nel nome della libertà (di non vaccinarsi e di non certificare la vaccinazione). Tornare alle radici, ai principi fondativi della nostra democrazia è quanto mai necessario e urgente.

La Costituzione

La Costituzione documenta la complessità della libertà individuale quando la collega direttamente all’uguaglianza e impegna il legislatore a rimuovere gli ostacoli che non ne permettono l’uguale godimento. Gli “altri” – le persone che ci vivono accanto – sono l’orizzonte nel quale la Costituzione situa la libertà, che si accompagna necessariamente alla limitazione. Ciò non solo perché noi non possiamo volere tutto quel che desideriamo (non possiamo volare per esempio); non solo perché siamo “costretti” a decidere (la nostra natura non è programmata ad attivare comportamenti istintivi funzionali); non solo perché la nostra possibilità di fare scelte richiede un governo limitato (e governanti che rispettino le norme che lo limitano); ma anche perché ogni volta che scegliamo rinunciamo a qualcosa per qualcos’altro e facendo ciò incrociamo altre persone che come noi scelgono e magari scelgono le stesse cose, per cui ogni azione per essere libera concretamente presume un coordinamento, una regia – ovvero la legge. La democrazia costituzionale si è rivelata una buona regia; tiene conto di questa complessità di limiti normativi e fattuali; delinea un ordine istituzionale incentrato sulla divisione dei poteri e comanda il rispetto dei diritti fondamentali.

Il vivere democratico ci ha abituati a identificare la libertà con i diritti. I diritti stabiliscono una limitazione giuridica che coincida il più possibile con quella che noi daremmo a noi stessi; istigano per tanto una diffidenza naturale verso il potere costituito. L’età dei diritti è a tutti gli effetti l’età della centralità della persona e delle libere contestazioni al potere; della critica all’autoritarismo e alle tecniche di sorveglianza affinate dal potere istituzionale, politico ed economico, con lo scopo di addomesticare le volontà e rendere le persone docili; della critica al formalismo dei diritti, indifferente alle condizioni socio-economiche e culturali nelle quali la libertà è (o non è) goduta.

L’età dei diritti

Nel secondo dopoguerra, agende libertarie e agende socialdemocratiche hanno segnato buona parte dell’età dei diritti. L’esito è stato l’espansione dei diritti di libertà nel campo delle relazioni private e intime (interruzione volontaria del vincolo matrimoniale e della gravidanza); la sovversione di tradizioni ataviche (abolizione del delitto d’onore); la conquista dell’eguale opportunità di donne e uomini di accedere alle carriere nell’amministrazione pubblica; la traduzione del diritto alla salute in un sistema sanitario nazionale. Tutte queste battaglie sono state condotte nel nome della libertà. E tutte implicano limiti.

Scriveva Norberto Bobbio che la storia delle libertà è una storia di lotte volte a conquistare i diritti, a partire da quelli che chiamiamo fondamentali e poi quelli che proteggono altri beni non meno importanti come condizioni dignitose di lavoro e di vita o protezione dell’ambiente. Tutti questi diritti vogliono obblighi. Sovente ce ne dimentichiamo. La politica e la pratica dei diritti è a un tempo di contestazione e di differenziazione. Ha anche la forza di distanziare le persone dai valori comunitari. Infine, le abitua a concepire la loro libertà in un rapporto di tensione, quando non di contrasto, con gli altri; a idealizzare la libertà come un bene esclusivamente individuale, idealmente in assenza degli altri e della società. La pandemia ha portato alla superficie questa concezione individualistica della libertà e ne ha messo in luce i problemi e i limiti.

Fare quel che ci piace

Il green pass rientra in questa concezione. Coloro che identificano il gress pass con il despotismo securitario e la discriminazione nei confronti di coloro che sono contrari alla vaccinazione ci hanno come svegliato da un sonno dogmatico. Ci han fatto vedere quel che in condizione di ordinaria vita civile non vediamo: che la libertà non è mai una dichiarazione di assolutezza, anche quando proclamata nel nome di diritti fondamentali; che, infine, i diritti hanno un necessario contraltare di obblighi legali e di doveri morali. Riposano per la loro efficacia sulla nostra individuale responsabilità, per cui averli proclamati nei codici non è bastante a renderli forti ed efficaci. La pandemia ci fa comprendere quel che tendiamo a dimenticare: che chi sta fuori da ogni relazione umana non è né libero né non libero (non è giudicabile moralmente) e non ha quindi bisogno di diritti. La libertà vuole gli altri per essere e avere un senso. Per questo si esprime nelle forme che il diritto stabilisce e la legge detta. Scriveva John Stuart Mill che la libertà significa «fare quel che ci piace, essendo soggetti alle conseguenze che possono da ciò derivare, senza impedimento da parte degli altri fino a quando non arrechiamo loro danno».

Questa teoria trova la sua traduzione giuridica nella nostra Costituzione, la quale indica al legislatore il principio per decidere di limitare la nostra libertà di “fare quel che ci piace”. Questo principio, dice Mill, «è che l’umanità è giustificata, individualmente o collettivamente, a interferire sulla libertà d’azione di chiunque soltanto al fine di proteggersi: il solo scopo per cui si può legittimamente esercitare un potere su qualunque membro di una comunità civilizzata, contro la sua volontà, è per evitare danno agli altri». Dice l’articolo 16 della nostra Costituzione: «Ogni cittadino può circolare e soggiornare liberamente in qualsiasi parte del territorio nazionale, salvo le limitazioni che la legge stabilisce in via generale per motivi di sanità o di sicurezza». Dice l’articolo 32: «Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge».

Riandare ai principi ci aiuta a criticare atteggiamenti e idee a sostegno di una libertà assoluta e indifferente a quel che sta oltre il desiderio e il volere del singolo, secondo l’assunto che “fare quel che ci piace” sia un fare senza limiti. Ma la libertà assoluta è un ossimoro e il diritto che la protegge ne è la conferma. Il diritto si cura di dirci se e quando le nostre scelte sono dannose agli altri, e legittima lo stato a intervenire. Il green pass è questo intervento. Non discrimina, ma indica una condizione grazie alla quale possiamo scegliere di fare o non fare qualcosa. Il suo principio di riferimento è quello del danno che, secondo la Costituzione, ammette l’interferenza con le scelte individuali se queste sono comprovatamente dannose agli altri.

in “Domani” del 31 luglio 2021

La Costituzione. Tema complesso, delicato da affrontare con prudenza e saggezza

Gustavo Zagrebelsky

L’anno si chiude con la ripresa dei discorsi sulla Costituzione, in parallelo con le preoccupazioni circa lo stato di disgregazione della politica. Sono discorsi e preoccupazioni che rinviano gli uni alle altre e viceversa. Alla Costituzione si arriva a partire dalla politica per offrire rimedi a essa; e alla politica si arriva a partire dalla Costituzione alla quale si chiede di dare un ordine a questa. La politica è debole – si dice e allora si crede di ovviare con una Costituzione forte. Viceversa la Costituzione è debole e allora si crede di rinforzarla con una politica forte. Tutto ciò, dovrebbe avvenire “di fatto”.

Punto primo, riguardante la tradizione dello “Stato di diritto”. Ai discorsi al riguardo non si dovrebbe partecipare con leggerezza.

Toccano il presente e possono pregiudicare il futuro. “Di fatto” vuol dire “non di diritto”; ciò significa fuori o contro il diritto. Chi parla di mutamenti costituzionali di fatto dichiara implicitamente di avere in mente forzature incostituzionali. Le forzature, come dice la parola, sono prodotti di azioni che sottomettono il diritto ai disegni di chi dispone della forza. Nello “Stato di diritto” il diritto dovrebbe stare sopra la forza, non il contrario.

Punto secondo, riguardante la formula Costituzione “di fatto”. La si indica con parole come presidenzialismo o semi-presidenzialismo. Le realizzazioni pratiche di questi sistemi di governo sono varie e dipendono non solo dalle formule costituzionali, ma anche da molti fattori, politici, sociali e culturali. C’è il presidenzialismo nord-americano e sud-americano. C’è il semi- presidenzialismo francese e africano, degli Stati postcoloniali. Non bastano le formule astratte. Bisogna procedere dalla realtà, considerare le trasformazioni costituzionali rispetto alle tradizioni di ogni popolo, che sono spesso un dato duro da scalfire, e prendere in considerazione le conseguenze. Se c’è una cosa che non dovrebbe essere dimenticata da politici e costituzionalisti è che le costituzioni sono come abiti posti su corpi viventi. Se l’abito non è confezionato con le giuste misure, il corpo prevarrà sull’abito e lo deformerà; oppure, l’abito pretenderà di cambiare il corpo cercando di ridurlo alle sue dimensioni. Fuor di metafora, nel primo caso le trasformazioni saranno solo apparenti, cioè inutili; nel secondo, saranno innaturali e dovranno essere imposte con la forza. Le vere e non pericolose trasformazioni costituzionali sono quelle in cui sostanza e forma si accordano senza farsi la guerra.

Punto terzo, riguardante il contenuto della “Costituzione di fatto”. Già ora, e ciò in parte è vero, il Presidente della Repubblica si è appropriato impropriamente di compiti e poteri di governo. Si è usata l’immagine del mantice della fisarmonica: può estendersi a volontà e secondo necessità se gli altri poteri non lo trattengono. I poteri del Presidente, sulla carta, sono in effetti numerosi. Per molto tempo, però, sono stati esercitati nel rispetto dell’autonomia politica del governo sostenuto dalla maggioranza parlamentare. Infatti, nel sistema parlamentare, il Presidente è un garante della Costituzione e l’interprete dell’unità nazionale, non un soggetto governante. La funzione di governo lo trasformerebbe inevitabilmente in organo di parte, alterando l’equilibrio voluto dalla Costituzione. Ciò che più conta, nel contesto attuale, determinerebbe un concentrato di potere piuttosto mostruoso. Il Parlamento eleggerebbe il Presidente della Repubblica; il Presidente della Repubblica nominerebbe un Presidente del Consiglio a lui gradito, una sua protesi; se il Parlamento non seguisse e non votasse la fiducia, il Presidente della Repubblica potrebbe minacciare o mettere in azione il potere di scioglimento delle Camere. Il timore dei membri del Parlamento di fronte a questa prospettiva, metterebbe non solo il governo, ma anche il Parlamento nelle mani del Presidente.

Punto quarto, riguardante il presente e il futuro. Quando si parla di costituzione, si deve pensare non all’immediato, ma al tempo lungo. Le costituzioni sono fatte per durare. Ora, è ben possibile che, in condizioni d’emergenza politica, economica e sanitaria quali si ritiene che esistano oggi, sia opportuno che le forze politiche, sociali e culturali, constatando le proprie difficoltà o la propria incapacità, consentano provvisoriamente uno spostamento di potere volontario là dove meglio può esercitarsi, in mancanza d’altro. Ma, ciò sempre sotto il controllo di coloro che ne sono i titolari. Ma da qui, a parlare di “Costituzione di fatto” è un salto nell’ignoto. L’opinione pubblica è tratta in inganno quando si parla di presidenzialismo o di semipresidenzialismo e si fa credere che la Costituzione di fatto possa dare ai cittadini il potere di eleggere il proprio Presidente della Repubblica con voto diretto, come accade per l’appunto in quei sistemi di governo. Nulla di tutto ciò secondo la nostra “Costituzione di fatto”. Si creerebbe un centro potere di durata addirittura settennale (salva rielezione), autoreferenziale o, meglio referenziale rispetto alle forze che ne hanno promosso l’elezione, senza nemmeno la dialettica che è possibile quando – come nei veri sistemi che si richiamano a qualche forma di presidenzialismo – il Parlamento e il Presidente traggono entrambi un’autonoma legittimazione democratica attraverso il voto popolare e possono quindi bilanciarsi reciprocamente. Il presidenzialismo che si affermi per slittamenti di puro fatto, come se fosse indifferente governare da Palazzo Chigi o dal Quirinale, è piuttosto un mostro che un modello. Chi lo propugna richieda, allora, una ridefinizione del quadro costituzionale con quanto occorre in termini di equilibri istituzionali e garanzie costituzionali.

Punto quinto, circa gli orientamenti dell’opinione pubblica. I sondaggi paiono dire che una larga maggioranza dei cittadini è orientata favorevolmente verso il o, meglio, un presidenzialismo. O più semplicemente, verso l’elezione diretta del Presidente della Repubblica. Non è una novità ed è comprensibile, anche a fronte dello spettacolo al quale prevedibilmente assisteremo nelle prossime settimane. Tuttavia, compito di coloro che operano responsabilmente sul terreno politico- costituzionale dovrebbe essere di distinguere, all’interno della massa dei favorevoli, coloro che invocano l’elezione diretta perché appartengono a quella vena autoritaria e anti-parlamentare che esiste da sempre nel nostro Paese; coloro che la vogliono per punire le degenerazioni e la rissosità del parlamentarismo dei suoi attori; coloro che semplicemente, quando si chiede loro se vogliono un potere in più e uno strumento di azione politica diretta, dicono “perché no?” Non tutti costoro sarebbero d’accordo tra di loro. A quella che si chiama “classe dirigente” spetta la responsabilità di distinguere le pulsioni autoritarie e populiste, le giuste richieste di rigenerazione ai partiti e alle forze politiche in vista della fiducia dei cittadini e la comprensibile domanda di maggiore partecipazione politica. A queste richieste non c’è una risposta unica. Anzi, le risposte sono diverse. La confusione di istanze così lontane tra loro, in nome del generico presidenzialismo, sarebbe qualcosa di cui si rischia di pagare in futuro un conto salato.

in “la Repubblica” del 24 dicembre 2021

Pervasività della digitalizzazione delle società. Un fenomeno planetario

Giovanni BENEDETTI – L’Osservatore Romano, 20 dicembre 2021

Che la diffusione a macchia d’olio della tecnologia a uso domestico sia una delle principali caratteristiche del terzo millennio, e in particolare dell’ultima decade, è ormai innegabile. Lo sviluppo e la maggiore circolazione quasi in parallelo delle nuove reti internet, dei social network e dei telefoni cellulari hanno avuto come risultato una vera e propria digitalizzazione della società, ormai in gran parte interconnessa dal web. In questa chiave di lettura, l’arrivo della pandemia di Covid-19 a marzo 2020 ha rappresentato poi una conferma definitiva delle nuove dinamiche sociali digitali.(…continua)