Luciano Floridi: “Con il digitale nasce la nuova sovranità”

La sovranità che conosciamo oggi è un’eredità dell’epoca moderna. Si tratta però di una sovranità analogica pensata in termini di spazi fisici, di controllo del territorio. Nel momento in cui ampliamo lo spazio fisico in quello digitale la sovranità tradizionale salta, perché salta il confine fisico. Questo non significa che la sovranità tradizionale scompaia, ma va affiancata da quella digitale.

Quale differenza c’è tra sovranità digitale e sovranismo politico?

Il sovranismo politico non è una categoria necessariamente negativa ma è anacronistica. La convinzione, tipicamente moderna, che lo Stato sia l’unico agente a esercitare il controllo del territorio inteso come spazio fisico è vanificata dalla realtà. Oggi il controllo è esercitato anche da altre forze agenti. Pensi all’UE che non svuota di senso lo Stato ma lo rende partecipe di un sistema più complesso. Inoltre il territorio è solo una parte di ciò che deve essere controllato. Prendiamo la comunicazione online, questa non è controllabile da uno Stato. Forse solo la Cina riesce oggi a trasformare tutto in controllo del territorio ma dalla sua giocano i numeri e le dimensioni e soprattutto l’assenza di democrazia e liberalismo.

In che senso la vecchia sovranità è insufficiente?

L’infosfera è l’ibridazione di digitale e analogico, fisico e virtuale, online e offline. Il problema nasce quando gli Stati la gestiscono come fosse uno spazio fisico. Non colgono che ci sono degli spazi che non hanno proprietà fisiche. Prenda una scacchiera. Per quanto varino le sue dimensioni fisiche, la logica che la presiede resta la stessa: sono sempre 64 riquadri. Piccola o grande conserva uno spazio logico invariabile. In esso il numero di mosse che il re compie per percorrerne la diagonale è lo stesso che im- piega per coprire l’intero lato. Mentre sappiamo che nello spazio fisico la diagonale è più lunga del lato.

Quindi?

Se il controllo esercitato dalla sovranità tradizionale avviene sullo spazio fisico, il controllo della sovranità digitale avviene su informazione e processi, uno spazio logico. Ma lo Stato spesso lo ignora.

In che senso?

È accaduto con le app per il tracciamento dei contatti durante la pandemia. Lo Stato pensava di imporre i propri parametri a Apple e Google ma ha dovuto presto ricredersi e adattarsi alle loro condizioni perché gli hanno fatto capire che sono loro gli unici a poter decidere quando e se attivare o spegnere le app necessarie alla tutela della salute. Chiunque pensi che lo Stato debba recuperare la sovranità sbaglia. Non si tratta di recuperarla, perché la sovranità digitale non è mai stata in suo possesso. Occorre acquisirla.

Come?

L’Unione europea, per le sue dimensioni, ha una grande opportunità nel confronto coi colossi del digitale. Per esempio è riuscita a introdurre una svolta importan-te nella battaglia sul trattamento dei dati. Ha sostituito il concetto di confine con quello di provenienza dei dati. Il GDPR, il regolamento europeo sulla privacy, prevede che chiunque tratti dati di provenienza europea rispetti le leggi dell’Unione. L’UE riconosce che il dato è scollato dal territorio, e per tutelarlo lo incolla all’identità dell’individuo. Tu sei i tuoi dati, insomma, e quindi si parla di Luciano come di un data subject. È un primo passo verso la sovranità digitale.

Non è forse il caso allora di un nuovo contratto sociale?

Credo di sì ma temo che il contratto sia un concetto troppo analogico. Dobbiamo pensare che esista qualcosa che ci leghi alle generazioni passate, alle generazioni future e alla natura che ci circonda. All’idea di contratto preferisco l’idea di trust, che consente di comprendere come noi ci troviamo in esso fin dalla nascita. In un trust raccogliamo l’eredità del passato, dei cui benefici godiamo, e la trasmettiamo alle generazioni future possibilmente migliorandola. Un contratto genera dei proprietari, un trust ha degli amministratori e dei beneficiari. Su questi temi l’UE deve educare le nuove generazioni, anche utilizzando gli strumenti della retorica migliore, perché le buone idee vanno anche veicolate in maniera convincente.

in Avvenire, 02 ottobre 2021

Anthony HELLIOT: Democrazia e digitale, è l’ora di una riflessione etica

EUGENIO GIANNETTA

La rivoluzione dell’intelligenza artificiale sta incidendo in maniera sempre più massiccia sulla trasformazione della nostra quotidianità, dalla distribuzione delle merci agli assistenti personali virtuali, dalle macchine a guida autonoma fino all’industria bellica. Lo racconterà Anthony Elliott, sociologo e docente universitario australiano, autore del saggio La cultura dell’Intelligenza Artificiale (Codice Edizioni), in un intervento a Biennale Democrazia a Torino (venerdì 8 ottobre) che verterà su come il digitale stia ristrutturando gli assetti politici moderni, incidendo sulle diseguaglianze e ponendo nuove sfide alla democrazia.

Democrazia: dove ci sta portando il digitale?

L’intelligenza artificiale ha le sue origini nella geopolitica e si intreccia con la globalizzazione economica e la politica. A livello globale, i più importanti hub di intelligenza artificiale sono nella Silicon Valley, New York, Boston, Londra, Pechino e Shenzhen. Questo dice qualcosa di importante sulle concentrazioni di potere nell’era digitale. In termini di investimento nella IA il Regno Unito ha impegnato oltre 1,3 miliardi di dollari per i prossimi 10 anni e la Francia 1,8 miliardi di dollari nei prossimi cinque. Ma queste cifre impallidiscono davanti agli oltre 20 miliardi stimati dall’Ue entro il 2030 o di fronte alla Cina, che calcola di spendere più di 200 miliardi di dollari da qui al 2030.

Le questioni etiche sono un tema che accompagna lo sviluppo della IA. Quali sono le principali sfide?

Grazie ai progressi nella diffusione di macchine intelligenti automatizzate, donne e uomini affidano sempre più decisioni ad agenti artificiali. Questo è estremamente problematico per l’etica. Uno dei motivi è che gli algoritmi non sono affidabili nel modo in cui lo sono le persone. Non è sufficiente “applicare” l’etica alla IA, come con le linee guida dell’Ue su una “intelligenza artificiale affidabile”. L’etica non è una casella da spuntare, ma un regno di riflessione morale.

Lei parla anche di disconnessione sociale e ansia da privacy. A partire da questi spunti si può pensare un modello praticabile di detox digitale?

La risposta breve è no. Il detox digitale è l’analogo odierno dei programmi di perdita di peso veloce. La promessa è di ridurre le dipendenze digitali, ma un importante effetto collaterale è un’intensificazione di queste stesse dipendenze. In un mondo cablato, non è possibile “disintossicarsi” dalla vita digitale. Nel bene e nel male, le tecnologie digitali sono onnipresenti nelle società contemporanee e, come ci ha mostrato graficamente la pandemia di Covid- 19, il futuro garantisce più digitalizzazione, non meno.

Cosa si può fare per disinnescare le opinioni negative che gravitano attorno alla IA? Si parla, per esempio, di alfabetizzazione digitale, sicurezza, lotta alle fake news…

È probabile che la prossima generazione di tecnologie di IA apporti grandi benefici alla società: ad esempio, aprendo nuove opportunità commerciali o consentendo nuovi tipi di partecipazione civica. Ma potrebbero anche causare gravi danni se non adeguatamente sviluppati. L’intelligenza artificiale potrebbe portare alla riduzione delle nostre libertà e privacy, danneggiare la fiducia nelle istituzioni pubbliche e aggravare le divisioni e le disuguaglianze nella società. Ecco perché il dibattito pubblico e l’alfabetizzazione digitale sono così importanti.

Lei spiega anche che l’innovazione tecnologica crea un problema per l’identità dell’individuo e che l’elemento umano delle tecnologie digitali è debitore della teoria psicoanalitica. Come?

Prevedendo come potrebbero essere le nostre vite, gli algoritmi di apprendimento automatico sono – invisibilmente e dietro le quinte – implicati nell’organizzazione di come sono le nostre vite. L’analisi predittiva è prescrittiva: gli algoritmi aiutano a determinare le cause e le conseguenze delle nostre vite e delle nostre identità. Ma Freud e la psicoanalisi rimangono indispensabili per sottolineare la complessità delle nostre vite emotive; Freud ci ricorda, e oggi ne abbiamo bisogno, che l’intelligenza emotiva non può essere ridotta all’intelligenza della macchina. La previsione algoritmica può funzionare come un’automazione che rende le persone apparentemente meccaniche. Ma noi non siamo automi.

Un altro punto di connessione con la psicologia è il capitolo in cui si parla di narcisismo e nuova solitudine, e si cita la sociologa Sherry Turkle.

Turkle ha scritto di una “nuova psicologia dell’impegno” inaugurata dalla IA. Ha sostenuto che la robotica ha svuotato i legami emotivi, impoverendo così il sé. Ma questa è, nella migliore delle ipotesi, solo una visione parziale del nostro rapporto con le macchine intelligenti. È una visione che non riesce a riconoscere le dimensioni positive del cambiamento dello stile di vita. Tuttavia, i rischi della solitudine digitale sono abbastanza reali. La convinzione che sia possibile cambiare completamente sé stessi automatizzando sé stessi è una specie di magia. È il tipo di credenza che alimenta l’illusione del narcisismo patologico. (omissis).

in Avvenire, 06 ottobre 2021

Il futuro non è un vicolo cieco

Intervista a Franco Gallo

avvocato e professore emerito di diritto tributario, è presidente dell’Istituto della Enciclopedia Italiana

“…Quale spazio nell’economia globalizzata può avere ancora il principio costituzionale di sussidiarietà, tra la crisi in atto del federalismo cooperativo e solidaristico di cui al titolo V della Costituzione e la tutela del bene comune?” (…..continua)

La rete? Deve essere un bene comune – Collettiva.it

Da un po’ di tempo il termine “smart” è entrato nel nostro vocabolario: smart city, smart working; persino smart tv. Tutto con il digitale sembra poter diventare intelligente e moderno, quasi fosse una bacchetta magica: basta una connessione, una qualche condivisione e un po’ di giga. In realtà la tecnologia, se può essere un fattore di crescita, non è però mai neutra. Bisogna insomma capire gli obiettivi che si prefigge. Proprio per questo il sindacato, soggetto sociale che contratta e negozia, sul tema delle smart city vuole avere voce in capitolo, fare proposte.

(…continua)