Lavoro, avanza la precarietà

I dati Inps sui dipendenti del settore privato mostrano un aumento dei contratti – soprattutto a termine, part-time e stagionali – e delle disuguaglianze

Collettiva – Patrizia PALLARA – 20/11/23

Nel 2022 in Italia è cresciuto il numero dei lavoratori dipendenti, ma sono cresciuti molto di più i posti di lavoro precari e di conseguenza anche le disuguaglianze. L’ultimo Osservatorio sui lavoratori dipendenti del settore privato pubblicato dall’Inps scatta una fotografia precisa con dati che non lasciano spazio a dubbi. È di più 4,3% la quota complessiva di operai, impiegati, quadri, dirigenti, apprendisti (esclusi gli agricoli e i domestici) con almeno una giornata retribuita nel 2022 rispetto al 2021: 16.078.425 per la precisione, che hanno percepito in media 22.839 euro all’anno per 244 giornate lavorate, sempre in media. …continua

Salario minimo nel mondo

La Svolta – Claudia GIOACCHINI 21/11/23

In Italia, secondo gli ultimi dati diffusi, sono tra i 3 e i 4,5 milioni di cittadini a percepire uno stipendio lordo inferiore a 9 euro all’ora, raggiungendo la soglia della povertà assoluta. Con questa espressione si intende la condizione in cui non si dispone delle primarie risorse per il sostentamento umano, come l’acqua, il cibo, il vestiario e l’abitazione. …continua

L’Italia, il paese dei vecchi

ALESSANDRO ROSINA

Ci sono almeno quattro fattori che, in combinazione tra di loro, hanno portato i giovani entrati nel mercato del lavoro in questo secolo a “sentirsi di troppo” rispetto alla capacità del sistema produttivo di includerli efficacemente e valorizzarli adeguatamente.

Il rischio maggiore che sta correndo oggi l’Italia è trovarsi nei prossimi anni senza le risorse più preziose, costituite da giovani ben preparati con le competenze necessarie per alimentare i processi di sviluppo competitivo del paese. Eppure per lungo tempo si è sentito obiettare che in realtà, per quanto pochi, i membri delle nuove generazioni italiane sono in realtà troppi (un’idea sintetizzata dalla frase: “se ce ne fossero ancora di meno avremmo meno giovani disoccupati”).

Ci sono almeno quattro fattori che, in combinazione tra di loro, hanno portato i giovani entrati nel mercato del lavoro in questo secolo a “sentirsi di troppo” rispetto alla capacità del sistema produttivo di includerli efficacemente e valorizzarli adeguatamente.

Il primo è il fatto che finora il centro della vita attiva del paese è stato solidamente presidiato dalle consistenti generazioni nate nei primi decenni del secondo dopoguerra, mentre ora stanno spostando il proprio peso progressivamente in età anziana. Il secondo fattore è il percorso di basso sviluppo del Paese. La prima decade di questo secolo è stata indicata come “decennio perduto” per il rallentamento della crescita rispetto ai decenni passati e la perdita di competitività rispetto alle altre economie avanzate. Il periodo 2008-13 è stato poi segnato dalla Grande recessione che ha colpito in modo particolare l’Italia e ancor più i giovani.

Nello stesso periodo, e passiamo così al terzo fattore, è andata sensibilmente aumentando l’occupazione nella fascia più anziana della forza lavoro. L’invecchiamento della popolazione porta i Governi a porsi la questione di come affrontare i costi crescenti associati alle pensioni, alla salute e all’assistenza sociale. Una delle risposte principali è quella di favorire virtuosamente le coorti più mature a rimanere più a lungo nel mercato del lavoro. In Italia ciò è stato fatto quasi esclusivamente spostando per legge in avanti l’età di pensionamento. Basso è stato, invece, lo sviluppo degli strumenti di Age management, ovvero delle politiche a supporto della lunga vita attiva nelle aziende. La combinazione tra invecchiamento demografico, posticipazione del ritiro dal lavoro, bassa crescita economica e basso sviluppo dei settori più innovativi e competitivi, ha portato ad un aumento dell’occupazione degli over 55 senza una espansione generale delle opportunità di occupazione. Ovvero la torta non si è allargata e le porzioni sono andate sempre più a favore della fascia più matura della forza lavoro. Detto in altre parole, la politica si è accontenta di ridurre i costi dell’invecchiamento senza favorire un salto di qualità delle condizioni di lunga vita attiva nel mondo del lavoro, da un lato, e senza affrontare le conseguenze del “degiovanimento”, dall’altro.

Il quarto fattore che, in combinazione con i precedenti, ha contribuito al surplus di giovani italiani rispetto alla capacità di inclusione attiva di nuove energie ed intelligenze nei processi di sviluppo del Paese, sono state tutte le carenze nei servizi che si occupano dell’incontro efficiente tra domanda e offerta. Un persistente basso investimento in politiche attive ha determinato un deficit di strumenti adeguati – all’altezza delle economie più avanzate e alle sfide che pone questo secolo – per orientare e supportare le nuove generazioni: nella formazione delle competenze richieste; nella ricerca di lavoro; nella realizzazione armonizzata dei progetti professionali e di vita.

Come ho descritto nel libro “Crisi demografica. Politiche per una paese che ha smesso di crescere” (Vita e Pensiero 2021), ci troviamo oggi con uno dei peggiori intrecci nelle economie mature avanzate tra crisi demografica e questione generazionale,. Gli squilibri demografici stanno sempre più riversando i propri effetti all’interno della popolazione attiva. Attualmente in Italia, la fascia dei 30-34enni risulta decurtata di circa un terzo rispetto a quella dei 50-54enni: valori inediti sia rispetto al passato sia nel confronto con il resto d’Europa.

Di fronte a tali squilibri e in combinazione con l’elevato debito pubblico, dovremmo essere il Paese più impegnato a favorire la partecipazione ampia e qualificata delle nuove generazioni nel mondo del lavoro. E invece i giovani italiani si sono trovati nei primi due decenni di questo secolo con persistenti limiti e ostacoli su tutta la transizione scuola-lavoro. Di conseguenza la forza lavoro italiana sta subendo un processo di degiovanimento ancora più accentuato rispetto alla popolazione generale. Dal 2005 al 2020 il peso degli under 35 sulla popolazione attiva è diminuito di 5 punti percentuali, ma quello sugli occupati si è ridotto del doppio.

L’efficacia di quanto verrà realizzato con i finanziamenti di Next Generation Eu va allora, prima di tutto, misurato sulla capacità di mettere il capitale umano delle nuove generazioni al centro dello sviluppo sostenibile, inclusivo e competitivo del Paese. Se non lo faremo non ci rimarrà che rassegnarsi alla crescente lamentazione di imprese che non troveranno le competenze e le professionalità richieste.

LA “GEOGRAFIA DEL CAPORALATO” IN ITALIA. SFRUTTAMENTO DELLA MANODOPERA

Roma – 28 MARZO 2022

Presentato venerdì scorso alla Sapienza di Roma il primo quaderno realizzato dall’Osservatorio Placido Rizzotto della Flai-CGIL, intitolato “Geografia del Caporalato”. Il lavoro costruisce una mappa del fenomeno nel nostro territorio, sfatando in qualche modo il mito che vede le regioni del Mezzogiorno luogo di sfruttamento per eccellenza. Come emerge dallo studio, realizzato incrociando in maniera rigorosa e scientifica interviste on-line raccolte dai sindacalisti della Flai con le singole operazioni di polizia giudiziaria, le denunce dei lavoratori e degli Enti del terzo settore, su 405 località dove lo sfruttamento del lavoro nei campi è più forte 191 sono al sud e nelle isole, mentre 129 si trovano nell’Italia settentrionale.

La Regione dove il fenomeno del caporalato è più evidente è la Sicilia, con 53 aree segnalate, seguita a breve distanza dal Veneto, con 44, poi Puglia con 41, Lazio e Calabria con 39, Emilia con 38, fino a Piemonte e Lombardia con circa 20 aree. “Sfruttamento, caporalato, lavoro irregolare e mancata applicazione dei contratti sono andati assumendo confini geografici sempre più ampi nel nostro Paese, annidandosi anche in comparti caratterizzati da produzioni di eccellenza con alto margine di profitto e coinvolgendo un numero crescente di lavoratori italiani e stranieri” spiega il Segretario generale della Flai Giovanni Mininni.

Secondo il Prefetto di Reggio Emilia Iolanda Rolli, in passato Commissario straordinario a Manfredonia con l’incarico della lotta al sommerso, “dietro al caporalato c’è criminalità e mafia, il caporalato è una lavatrice di soldi. Negli ultimi anni sono state portate alle luce situazioni problematiche che confermano come nel settore agricolo italiano lo sfruttamento sia radicato e strutturato e colpisca soprattutto i lavoratori stranieri, che versano in condizioni di vulnerabilità sociale, costretti a spostarsi tra i diversi ghetti italiani, privi di diritti e isolati dalla società”. Per contrastare questo fenomeno, a parere del Prefetto, “è necessario mettere a sistema tutte le azioni, partendo dalla conoscenza campo per campo, ghetto per ghetto”.

Anche per questo la Flai ha deciso di mettere a disposizione delle Istituzioni e della collettività i risultati delle proprie ricerche. “Il lavoro di condivisione delle informazioni è basilare per contrastare il fenomeno, ma – afferma Mininni – dobbiamo constatare non senza rammarico che a distanza di cinque anni dall’entrata in vigore della legge 199 lo Stato non è riuscito ancora a fare rete tra le banche dati dell’Ispettorato nazionale del lavoro, dell’INPS, di Agea, come previsto dalla legge. Una lacuna grave da parte delle Istituzioni, spesso prigioniere di burocrazie troppo farraginose, che non permettono di trovare la giusta modalità per mettere in campo un’azione veloce ed efficace, mentre la criminalità si muove e prospera con enorme rapidità. Fondamentale non abbassare la guardia, specialmente in questa difficile congiuntura economica, perché quest’ultima non diventi ulteriore elemento di giustificazione per perpetrare illeciti e sfruttare i lavoratori”.

SINTESI RAPPORTO