La rete? Deve essere un bene comune – Collettiva.it

Da un po’ di tempo il termine “smart” è entrato nel nostro vocabolario: smart city, smart working; persino smart tv. Tutto con il digitale sembra poter diventare intelligente e moderno, quasi fosse una bacchetta magica: basta una connessione, una qualche condivisione e un po’ di giga. In realtà la tecnologia, se può essere un fattore di crescita, non è però mai neutra. Bisogna insomma capire gli obiettivi che si prefigge. Proprio per questo il sindacato, soggetto sociale che contratta e negozia, sul tema delle smart city vuole avere voce in capitolo, fare proposte.

(…continua)

 

 

 

 

Landini, un’alleanza con governo e imprese per impedire che il paese si sbricioli

Landini, Un’alleanza con governo e imprese per impedire che il Paese si sbricioli
ROMA – Maurizio Landini, segretario generale della Cgil, lancia la sua proposta: un progetto per l’ Italia, condiviso da governo, sindacati e imprese per impedire che il Paese «si sbricioli sotto i colpi di un processo di deindustrializzazione». «Il lavoro, la qualità del lavoro e i diritti di chi lavora – dice il leader sindacale – devono essere al centro di questo progetto per governare la transizione verso un nuovo modello di sviluppo ecocompatibile ma anche la trasformazione tecnologica in atto nel sistema produttivo».
Landini, la sua proposta, che ridà protagonismo all’ asse governo-parti sociali, sembra una mossa anche per cercare di contenere la richiesta dell’”uomo forte” che secondo il Censis viene dal 48 per cento degli italiani, percentuale che sale quasi al 68 per cento tra gli operai. Come spiega questa tendenza?
«C’ è l’ aumento dell’ insicurezza e della precarietà delle persone che per vivere devono lavorare. Cinquant’ anni fa tutte le forze politiche, con l’ astensione del Pci, votavano lo Statuto dei lavoratori. In questi anni, invece, hanno votato tutti per frantumare il diritto del lavoro. È successo questo: siamo passati dal lavoro tutelato e dignitoso a quello precario e allo sfruttamento degli appalti, dei subappalti, delle finte cooperative. La domanda dell’ uomo forte in gran parte nasce dalla solitudine di chi lavora o di chi non lo trova di fronte a questi processi. La risposta sta nel lavoro, nella qualità del lavoro; nella ricostruzione delle ragioni collettive e dell’ agire comune».
E il sindacato cosa può fare per non giocare sempre in difesa?
«La proposta della Cgil è nota: cancellare il Jobs act e varare la Carta universale dei diritti che riconosce stesse tutele e stessi diritti a tutti coloro che lavorano a prescindere dal rapporto. È necessario ricomporre la frantumazione del lavoro. E oggi siamo di fronte a due nuove sfide epocali: il cambio di paradigma produttivo con la rivoluzione digitale, e la domanda di un diverso modello di sviluppo compatibile con la difesa dell’ ambiente. Entrambe stanno cambiando il modo di produrre e di lavorare. Non è un caso che siano le giovani generazioni a mobilitarsi perché è in gioco il loro futuro».
 
Il movimento ambientalista, da una parte, ma dall’ altra anche quello delle “sardine” che chiede una nuova politica. Lei cosa pensa delle “sardine”?
«Intanto mi piace ricordare che accanto al Green Friday e alle sardine c’è un grande soggetto collettivo che in questo anno è stato capace di mobilitare le persone e di riempire le piazze: il sindacato confederale, Cgil, Cisl e Uil, con le iniziative a sostegno delle nostre richieste sulla legge di Bilancio. Detto ciò, ho molto rispetto per le sardine. Da loro viene una domanda importante di qualità delle democrazia, di partecipazione, di maggiore libertà. Parlano alla testa e all’intelligenza delle persone, rifuggono da semplificazioni banali e dall’idea di costruire artificialmente i nemici. C’è una importante attenzione verso gli altri: le differenze non fanno paura ma sono considerate un valore. Le sardine coprono un vuoto che si è prodotto nell’ offerta politica. Hanno iniziato in Emilia Romagna contro Salvini, ma rapidamente sono andate oltre Salvini. Oggi non è un movimento contro ma per: per cambiare questo Paese. Questo interessa anche il sindacato. Sottolineo ad esempio il fatto che più d’uno dei promotori del movimento ha un rapporto di lavoro precario».
 
Che relazione c’è tra la Cgil e le sardine?
«Grande interesse. Certo, molti iscritti alla Cgil sono scesi in piazza. Ma questo è un movimento del tutto spontaneo».
Secondo un sondaggio di Ilvo Diamanti il 27 per cento degli italiani potrebbe votare le sardine se si presentassero alle elezioni. Lei le voterebbe?
«Da segretario generale della Cgil non dirò mai per chi voto».
Da segretario della Cgil sta portando a casa una legge di Bilancio che redistribuisce al lavoro circa tre miliardi di euro attraverso il taglio del cosiddetto cuneo fiscale. È sufficiente?
«È un primo risultato delle mobilitazioni. E anche se apprezziamo il cambiamento di rotta di questo governo, in particolare su i temi fiscali, vanno conquistati altri punti. Dobbiamo uscire dalle logiche emergenziali affrontando i problemi a ridosso delle manovre economiche. Serve una visione comune che guardi al futuro del Paese: dal fisco alla pubblica amministrazione, dalla crisi dell’ industria al welfare state. Governo e parti sociali possono definire insieme gli obiettivi».
Propone un nuovo patto sociale?
«Propongo di ricercare un progetto comune, un progetto condiviso per il Paese in cui ciascuno faccia la sua parte e nel quale sia riconosciuta pari dignità tra lavoro e impresa».
 
Con un governo litigioso, privo di identità e che rischia di cadere prima della prossima primavera?
«Sono abituato a confrontarmi con il governo che c’è, non posso scegliermi l’ interlocutore. Abbiamo apprezzato che questo esecutivo abbia riaperto il dialogo con i sindacati, che abbia avviato tavoli di trattativa. Ora serve portare a compimento reali riforme a vantaggio del mondo del lavoro. Certo, sono sotto gli occhi di tutti le articolazioni politiche all’interno della maggioranza. Questo è il governo e con questo ci si deve confrontare».
 
Cosa chiede alle imprese?
«Di bloccare i licenziamenti: all’Ilva di Taranto come all’Unicredit, che annuncia 6 mila esuberi per aumentare i dividendi agli azionisti. Bisogna investire sul futuro, sul lavoro per i giovani. E poi di abbandonare le sirene della finanza, di tornare a essere gli imprenditori innovativi e capaci che, insieme a chi lavora, hanno fatto l’Italia».
Anche per questo è favorevole a un intervento massiccio del pubblico nell’economia?
«Non vedo un intervento pubblico in sostituzione di quello privato. Ritengo che l’ intervento pubblico sia necessario per affrontare la complessità della rivoluzione produttiva. Spetta al pubblico orientare lo sviluppo. Da qui il ruolo che devono avere la Cassa depositi e prestiti, le Fondazioni bancarie e con le dovute garanzie anche i fondi pensionistici integrativi. In settori strategici, come ad esempio quello della produzione dell’acciaio o della nuova mobilità il ruolo dello Stato, è imprescindibile».
E quale ruolo affida ai sindacati?
«Oltre la naturale difesa e promozione del lavoro e dei suoi diritti, quello di una maggiore qualità della contrattazione e di una partecipazione nella definizione degli obiettivi strategici nazionali e, a livello micro, nelle aziende».
Pensa alla cogestione?
«Non mi interessano le formule. Penso a una contrattazione preventiva, con il sindacato che contribuisce alle decisioni delle imprese e che non si limita a rivendicare a cose fatte. I lavoratori devono partecipare alle scelte perché il rigido modello organizzativo taylorista è largamente superato. Vogliamo affermare la libertà e la realizzazione nel lavoro. Non bisogna avere paura delle nuove tecnologie: tutto dipende da chi le progetta e da chi le governa. E i lavoratori non possono essere solo spettatori. Ma per fare tutto ciò compiutamente e democraticamente serve l’attuazione dell’ articolo 39 della Costituzione e la validità erga omnes dei contratti. La Cgil, il sindacato, è pronto ad assumersi le proprie responsabilità. Gli altri?».

L’UGUAGLIANZA È DI SINISTRA, NON IL MERITO. PAROLA DI BRUNO TRENTIN

Archivio Storico della CGIL

l’ultimo articolo di Bruno Trentin, A proposito di merito.

La meritocrazia cela la grande questione dell’affermazione dei diritti individuali, in l’Unità, 13 luglio 2006

“La meritocrazia come criterio di selezione degli individui al lavoro ritorna alla moda – scriveva Bruno – nel linguaggio della sinistra e del centrosinistra, dopo il 1989; ma prima ancora con la scoperta fatta da Claudio Martelli a un Congresso del Psi sulla validità di una società «dei meriti e dei bisogni». In realtà, sin dall’illuminismo, la meritocrazia che presupponeva la legittimazione della decisione discrezionale di un «governante», sia esso un caporeparto, un capo ufficio, un barone universitario o, naturalmente un politico inserito nella macchina di governo, era stata respinta.

Era stata respinta come una sostituzione della formazione e dell’educazione, che solo possono essere assunte come criterio di riconoscimento dell’attitudine di qualsiasi lavoratore di svolgere la funzione alla quale era candidato. Già Rousseau e, con lui, Condorcet respingevano con rigore qualsiasi criterio, diverso dalla conoscenza e dalla qualificazione specializzata, di valutazione del «valore» della persona e lo riconoscevano come una mera espressione di un potere autoritario e discriminatorio.
Ma da allora, con il sopravvento nel mondo delle imprese di una cultura del potere e dell’autorità il ricorso al «merito» (e non solo e non tanto alla qualificazione e alla competenza accertata) ha sempre avuto il ruolo di sancire, dalla prima rivoluzione industriale al fordismo, il potere indivisibile del padrone o del governante; e il significato di ridimensionare ogni valutazione fondata sulla conoscenza e il «sapere fare», valorizzando invece, come fattori determinanti, criteri come quelli della fedeltà, della lealtà nei confronti del superiore, di obbedienza e, in quel contesto, negli anni del fordismo, dell’anzianità aziendale.

Nella mia storia di sindacalista ho dovuto fare ogni giorno i conti la meritocrazia, e cioè con il ricorso al concetto di «merito», utilizzato (anche in termini salariali) come correttivo di riconoscimento della qualificazione e della competenza dei lavoratori. E, soprattutto negli anni 60 del secolo passato, quando mi sono confrontato con la struttura della retribuzione, alla Fiat e in altre grandi fabbriche e ho scoperto la funzione antisindacale degli «assegni» o «premi» di merito; quando questi, oltre a dividere i lavoratori della stessa qualifica o della stessa mansione, finirono per rappresentare un modo diverso di inquadramento, di promozione e di comando della persona, sanzionato, per gli impiegati, da una divisione normativa, che nulla aveva a che fare con l’efficienza e la funzionalità, ma che sancivano fino agli anni 70 la garanzia del posto di lavoro e quindi la fedeltà all’impresa

Un sistema di inquadramento e di organizzazione del lavoro apertamente alternativo alla qualifica definita dalla contrattazione nazionale e aziendale.

Ma molto presto questa utilizzazione dei premi di merito o dei premi tout court giunse alla penalizzazione degli scioperi e delle assenze individuali (anche per malattia), quando di fronte a poche ore di sciopero o alla conseguenza di un infortunio sul lavoro (mi ricordo bene una vertenza all’Italcementi a questo proposito), le imprese sopprimevano anche 6 mesi di premio.

È questa concezione del merito, della meritocrazia, della promozione sulla base di una decisione inappellabile di un’autorità «superiore» che è stato cancellato con la lotta dei metalmeccanici nel ‘69 e con lo Statuto dei diritti del lavoro che nel 1970 dava corpo alla grande idea di Di Vittorio di dieci anni prima. Purtroppo una parte della sinistra, i parlamentari del Pci, si astennero al momento della sua approvazione, solo perché esclusa dalla partecipazione al Governo.

Ma quello che è più interessante osservare è come, alla crisi successiva del Fordismo e alla trasformazione della filosofia dell’impresa, con la flessibilità ma anche con la responsabilità che incombe sul lavoratore sui risultati quantitativi e qualitativi delle sue opere, si sia accompagnato in Italia a una risorgenza delle forme più autoritarie del Taylorismo, particolarmente nei servizi, santificata non solo dal mito del manager che si fa strada con le gomitate e le stock options, ma dalla ideologia del liberismo autoritario. Con gli «yuppies» che privilegiano l’investimento finanziario a breve termine, ritorna così per gli strati più fragili (in termini di conoscenza) l’impero della meritocrazia.

A questa nuova trasformazione (e qualche volta degrado) del sistema industriale italiano ha però contribuito, bisogna riconoscerlo, l’egualitarismo salariale di una parte del movimento sindacale, a partire dall’accordo sul punto unico di scala mobile, che ha offerto, in un mercato del lavoro in cui prevale la diversità (anche di conoscenze) e nel quale diventa necessario ricostruire una solidarietà fra persone e fra diversi, una sostanziale legittimazione alle imprese che hanno saputo ricostruire un rapporto diverso (autoritario ma compassionevole) con la persona sulla base di una incomprensibile meritocrazia.

Non è casuale, del resto, che, di questi tempi, il concetto di merito, sinonimo di obbedienza e di dovere, abbia ritrovato un punto di riferimento nel sistema di promozione e di riconoscimento delle organizzazioni militari nel confronto del comportamento dei loro sottoposti.

Le stesse osservazioni si possono fare per i «bisogni», contrapposti negli anni 60 del secolo scorso, alle domande che prevalgono nel vissuto dei cittadini nella società dei consumi. Era questa anche la convinzione di un grande studioso marxista come Paul Sweezy. Sweezy opponeva i «needs» (i bisogni reali, le necessità) ai «wants» (le domande, i desideri), attribuendo implicitamente ad uno stato illuminato e autoritario la selezione, «nell’interesse dei cittadini» fra gli uni e gli altri. Come se non fossero giunti i tempi in cui le domande e i desideri, pur influenzati dalla pubblicità, di fronte alle dure scelte e alle priorità imposte dalla condizione del lavoro e dalle lotte dei lavoratori si trasformano gradualmente in diritti universali, attraverso i quali, i cittadini, i lavoratori (non un padrone o uno stato illuminato), con il conflitto sociale, riuscirono a far progredire la stessa nazione di democrazia.
Meriti e bisogni o capacità e diritti? Può sembrare una questione di vocabolario ma in realtà la meritocrazia nasconde il grande problema dell’affermazione dei diritti individuali di una società moderna.

E quello che sorprende è che la cultura della meritocrazia (magari come antidoto alla burocrazia, quando la meritocrazia è il pilastro della burocrazia) sia riapparsa nel linguaggio corrente del centrosinistra e della stessa sinistra, e con il predominio culturale del liberismo neoconservatore e autoritario, come un valore da riscoprire. Mentre in Europa e nel mondo oltre che nel nostro paese, i più noti giuristi, i più noti studiosi di economia e di sociologia, da Bertrand Swartz a Amartya Sen, a Alain Supiot si sono affannati ad individuare e a riscoprire dei criteri di selezione e di opportunità del lavoro qualificato, capaci di riconciliare – non per pochi ma per tutti- libertà e conoscenza; di immaginare una crescita dei saperi come un fattore essenziale, da incoraggiare e da prescrivere, introducendo così un elemento dinamico nella stessa crescita culturale della società contemporanea.

La «capability» di Amartya Sen non comporta soltanto la garanzia di una incessante mobilità professionale e sociale che deve ispirare un governo della flessibilità che non si traduca in precarietà e regressione. Ma essa rappresenta anche l’unica opportunità (solo questo, ma non è poco) di ricostruire sempre nella persona le condizioni di realizzare se stessa, «governando» il proprio lavoro.

Perché questa sordità? Forse perché con una scelta acritica per la «modernizzazione», ci pieghiamo alla riesumazione – in piena rivoluzione della tecnologia e dei saperi – dei più vecchi dettami di una ideologia autoritaria.
Forse qui si trova la spiegazione (ma mi auguro di sbagliare) della ragione per cui malgrado importanti scelte programmatiche del centrosinistra in Italia, per affermare una società della conoscenza come condizione non solo di «dare occupazione» ma anche per affermare nuovi spazi di libertà alle giovani generazioni, la classe dirigente, anche di sinistra, finisce per fermarsi, in definitiva, di fronte alla scelta, certo molto costosa, di praticare nella scuola e nell’Università ma anche nelle imprese e nei territori, un sistema di formazione lungo tutto l’arco della vita, aperto, per tutta la durata della vita lavorativa, come sosteneva il patto di Lisbona, a tutti i cittadini di ogni sesso di ogni età e di ogni origine etnica (e non solo per una ristretta elite di tecnici o di ricercatori, dalla quale è pur giusto partire).
Speriamo che Romano Prodi che così bene ha iniziato questo mandato, sia capace di superare questa confusione di linguaggi, e di rompere questo handicap della cultura meritocratica del centro sinistra. Anche un auspicabile convegno sui valori, le scelte di civiltà di un nuovo partito aperto alle varie identità e alla storia dei partiti come della società civile, dovrebbe, a mio parere, assumere il governo e la socializzazione della conoscenza come insostituibile fattore di inclusione sociale”.

 Archivio Storico Cgil