“Dopo i social e le cripto, l’intelligenza artificiale è l’ennesima distrazione”

Gabriele Di Matteo

Maria Rosaria Taddeo, senior researcher fellow dell’Oxford Internet Institute, torna a Milano per parlare di intelligenza artificiale, con un intervento al LutechTalks intitolato L’impatto e l’accelerazione dell’Ai nella nostra vita tra scienza, etica e tecnologia.

“La verità è che l’Ai non è intelligente per niente”, ha detto Taddeo. “L’intelligenza artificiale è un motore sintattico: associa simboli con una serie di regole che gli esseri umani, cioè uomini e donne, in fase di progettazione hanno stabilito. Parlando di intelligenze in grado di generare immagini, prendiamo quella magnifica applicazione creata da OpenAi che si chiama Dall-E 2: al suo interno detiene 650 milioni di immagini collegate ad altrettante didascalie. Quindi questa tecnologia riconosce l’associazione tra immagine e didascalie e genera delle immagini. Ma non è in grado di generare arte come possono fare gli umani”.

 Il quadro firmato venduto a 400mila dollari 

E quando le parliamo del ritratto di Edmond Belamy, realizzato dall’Ai nel 20128 attraverso una tecnologia detta Gan e venduto da Christie’s per 432.500 dollari, Taddeo ha risposto: “D’accordo, ma l’Ai non esprime creatività perché non ha spinta ermeneutica, spiego: quando noi produciamo un pezzo di linguaggio, scriviamo una poesia, facciamo un disegno, l’obiettivo è comunicare con un altro la nostra comprensione del mondo ed insieme interpretare il mondo. Non esiste una mail, un testo, un quadro prodotto dagli esseri umani che non sia nella direzione di comprendere il mondo. Questo desiderio di capire dove siamo, cosa facciamo, dove andiamo che ci spinge a progettare il futuro. L’Ai non ha questa spinta, è un motore sintattico e non un motore semantico”.

La crescita di ChatGpt

Sul palco di LutechTalk, che si è svolto nello spazio milanese Meet sostenuto da Fondazione Cariplo, è intervenuto anche Marco Trombetti, fondatore e ceo di Translated e Pi Campus, che ha chiuso un importante contratto nel mercato delle traduzioni via bot: 100 milioni di dollari con Airbnb.

Trombetti invita le aziende a investire in ChatGpt che, secondo lui, farà progressi straordinari in tutti i settori. “Anche le ricerche su Airbnb sono alla vigilia di una rivoluzione: la piattaforma introdurrà dei sistemi di Ai che permetteranno all’utente di cercare -con la voce- una casa in riva al mare, in quella fascia di prezzo, delle dimensioni desiderate”, ha dichiarato.

E parlando degli errori che questi sistemi commettonoTrombetti ha spiegato : “Il vero problema è che usiamo ancora strumenti molto ‘inaccurati’ di cui non possiamo fidarci. È come aver messo le capacità di un premio Nobel in mano ad un imbecille. Questi sistemi scrivono cose altamente plausibili ma nessuno ci garantisce che siamo vere”. Anche sull’impatto ambientale, l’imprenditore è diffidente: “Queste intelligenze basate sulla conversazione come ChatGpt hanno un disastroso impatto ambientale. Se dovessimo rimpiazzare le attuali funzioni di Google Translate con ChatGpt, dovremmo utilizzare un’energia cento volte superiore. Ma sia Facebook che DeepMind sono già pronti con modelli di chat a bassissimo consumo”.

Il tema della distrazione 

A Taddeo, che insegna a Oxford piace insistere sul concetto di “distrazione”. Quando nasce qualcosa di tecnologicamente nuovo esplode l’entusiasmo collettivo: è successo coi social media, poi con le cryptovalute e oggi l’Ai. Così gli utenti si distraggono e arrivano grandi problemi come la violazione della privacy o la disparita di miliardi di dollari in crypto.

“Tutto quello che facciamo nella vita digitale genera dati. Nel 2022 ci siamo scambiati 333 miliardi di mail, la cosa impressionante è che entro il 2025 produrremo 463 exabyte di dati al giorno, se fossero ancora i DVD sarebbero 200 milioni di DVD in una sola giornata”.

Maria Rosaria Taddeo insiste sugli “elementi di distrazione” che sono sempre pericolosi. “Quando abbiamo scoperto i social media”, spiega, “Facebook altri siamo stati rapiti dalla scoperta ma ci siamo distratti. Non abbiamo pensato alla privacy che poteva essere violata, alla eco chamber con cui i social media ci mostrano solo informazioni che rinforzano la nostra idea. E non ci siamo accorti del potere distorto di Cambridge Analytica che ha messo a rischio le nostre democrazie. Passano dieci anni da quella distrazione ed ecco arrivare le crypto valute. Grande entusiasmo: le crypto rompono la burocrazia, creano una democrazia diretta. Ci siamo distratti ancora ed ecco che qualche grosso operatore del settore sparisce con i nostri investimenti creando uno scandalo finanziario di portata mondiale. E dopo i social e le cripto ecco la terza ondata di distrazione: l’intelligenza artificiale che ci appare come qualcosa in grado di fare le cose che fanno gli esseri umani. Ma questo è falso per le ragioni che abbiamo appena spiegato”.

Autonomia differenziata senza autonomia fiscale?

di Massimo Bordignon, Federico Neri, Cristina Orlando e Gilberto Turati 19 gennaio 2023
Con il nuovo governo è ripartito con forza il dibattito sulla “autonomia
differenziata”, cioè sulla possibilità per le Regioni a statuto ordinario, invocando
l’art. 116 della Costituzione, di reclamare “ulteriori forme e condizioni
particolari di autonomia” su un ampio spettro di materie. Ma decentrare
competenze di spesa senza introdurre meccanismi di responsabilizzazione
fiscale sugli enti territoriali di governo può essere pericoloso per le finanze
pubbliche, come ci ricorda la letteratura internazionale e la nostra stessa storia
passata….continua

L’Italia, il paese dei vecchi

ALESSANDRO ROSINA

Ci sono almeno quattro fattori che, in combinazione tra di loro, hanno portato i giovani entrati nel mercato del lavoro in questo secolo a “sentirsi di troppo” rispetto alla capacità del sistema produttivo di includerli efficacemente e valorizzarli adeguatamente.

Il rischio maggiore che sta correndo oggi l’Italia è trovarsi nei prossimi anni senza le risorse più preziose, costituite da giovani ben preparati con le competenze necessarie per alimentare i processi di sviluppo competitivo del paese. Eppure per lungo tempo si è sentito obiettare che in realtà, per quanto pochi, i membri delle nuove generazioni italiane sono in realtà troppi (un’idea sintetizzata dalla frase: “se ce ne fossero ancora di meno avremmo meno giovani disoccupati”).

Ci sono almeno quattro fattori che, in combinazione tra di loro, hanno portato i giovani entrati nel mercato del lavoro in questo secolo a “sentirsi di troppo” rispetto alla capacità del sistema produttivo di includerli efficacemente e valorizzarli adeguatamente.

Il primo è il fatto che finora il centro della vita attiva del paese è stato solidamente presidiato dalle consistenti generazioni nate nei primi decenni del secondo dopoguerra, mentre ora stanno spostando il proprio peso progressivamente in età anziana. Il secondo fattore è il percorso di basso sviluppo del Paese. La prima decade di questo secolo è stata indicata come “decennio perduto” per il rallentamento della crescita rispetto ai decenni passati e la perdita di competitività rispetto alle altre economie avanzate. Il periodo 2008-13 è stato poi segnato dalla Grande recessione che ha colpito in modo particolare l’Italia e ancor più i giovani.

Nello stesso periodo, e passiamo così al terzo fattore, è andata sensibilmente aumentando l’occupazione nella fascia più anziana della forza lavoro. L’invecchiamento della popolazione porta i Governi a porsi la questione di come affrontare i costi crescenti associati alle pensioni, alla salute e all’assistenza sociale. Una delle risposte principali è quella di favorire virtuosamente le coorti più mature a rimanere più a lungo nel mercato del lavoro. In Italia ciò è stato fatto quasi esclusivamente spostando per legge in avanti l’età di pensionamento. Basso è stato, invece, lo sviluppo degli strumenti di Age management, ovvero delle politiche a supporto della lunga vita attiva nelle aziende. La combinazione tra invecchiamento demografico, posticipazione del ritiro dal lavoro, bassa crescita economica e basso sviluppo dei settori più innovativi e competitivi, ha portato ad un aumento dell’occupazione degli over 55 senza una espansione generale delle opportunità di occupazione. Ovvero la torta non si è allargata e le porzioni sono andate sempre più a favore della fascia più matura della forza lavoro. Detto in altre parole, la politica si è accontenta di ridurre i costi dell’invecchiamento senza favorire un salto di qualità delle condizioni di lunga vita attiva nel mondo del lavoro, da un lato, e senza affrontare le conseguenze del “degiovanimento”, dall’altro.

Il quarto fattore che, in combinazione con i precedenti, ha contribuito al surplus di giovani italiani rispetto alla capacità di inclusione attiva di nuove energie ed intelligenze nei processi di sviluppo del Paese, sono state tutte le carenze nei servizi che si occupano dell’incontro efficiente tra domanda e offerta. Un persistente basso investimento in politiche attive ha determinato un deficit di strumenti adeguati – all’altezza delle economie più avanzate e alle sfide che pone questo secolo – per orientare e supportare le nuove generazioni: nella formazione delle competenze richieste; nella ricerca di lavoro; nella realizzazione armonizzata dei progetti professionali e di vita.

Come ho descritto nel libro “Crisi demografica. Politiche per una paese che ha smesso di crescere” (Vita e Pensiero 2021), ci troviamo oggi con uno dei peggiori intrecci nelle economie mature avanzate tra crisi demografica e questione generazionale,. Gli squilibri demografici stanno sempre più riversando i propri effetti all’interno della popolazione attiva. Attualmente in Italia, la fascia dei 30-34enni risulta decurtata di circa un terzo rispetto a quella dei 50-54enni: valori inediti sia rispetto al passato sia nel confronto con il resto d’Europa.

Di fronte a tali squilibri e in combinazione con l’elevato debito pubblico, dovremmo essere il Paese più impegnato a favorire la partecipazione ampia e qualificata delle nuove generazioni nel mondo del lavoro. E invece i giovani italiani si sono trovati nei primi due decenni di questo secolo con persistenti limiti e ostacoli su tutta la transizione scuola-lavoro. Di conseguenza la forza lavoro italiana sta subendo un processo di degiovanimento ancora più accentuato rispetto alla popolazione generale. Dal 2005 al 2020 il peso degli under 35 sulla popolazione attiva è diminuito di 5 punti percentuali, ma quello sugli occupati si è ridotto del doppio.

L’efficacia di quanto verrà realizzato con i finanziamenti di Next Generation Eu va allora, prima di tutto, misurato sulla capacità di mettere il capitale umano delle nuove generazioni al centro dello sviluppo sostenibile, inclusivo e competitivo del Paese. Se non lo faremo non ci rimarrà che rassegnarsi alla crescente lamentazione di imprese che non troveranno le competenze e le professionalità richieste.