Stati Uniti e Cina potrebbero fermare la guerra Russia-Ucraina

ROMANO PRODI

Gli ultimi avvenimenti dell’economia e della politica mondiale stanno mettendo in serie difficoltà anche la Cina. Per la prima volta, dopo ben ottanta trimestri durante i quali aveva garantito oltre un quarto della crescita mondiale, la Cina deve prendere atto di una crisi assai più profonda di ogni previsione, così come purtroppo sta accadendo in quasi tutto il mondo.

La crescita su base annuale sarà molto inferiore al 4,2% previsto dal governo, visto che i dati di aprile mostrano un calo del 3% della produzione industriale e addirittura una diminuzione dell’11% delle vendite al minuto rispetto allo scorso anno, mentre il mercato immobiliare mostra una flessione del 47%.

Nello stesso tempo la Cina ha cessato di essere il Paese con la più elevata destinazione di investimenti stranieri e sta invece sperimentando una fuga di capitali. Il governo sta cercando di porvi rimedio anche se il magico intervento dell’aumento degli investimenti in infrastrutture e in edilizia, che tanto aveva funzionato in passato, non può certo essere ripetuto con la stessa efficacia e la stessa intensità in un Paese ormai fortemente infrastrutturato.

Forse qualche sollievo potrà avvenire dall’attenuazione degli effetti del Covid che, con diverse intensità, ha negli scorsi mesi fortemente danneggiato la vita di Shanghai, Pechino e di altre importanti città, riducendo l’attività economica di quasi duecento milioni di persone. Certamente Omicron, con la sua maggiore contagiosità, ha dato l’inizio a questa svolta, mettendo in crisi la strategia di contenimento basata sul tracciamento e su chiusure selettive.

Tuttavia la guerra di Ucraina ha fortemente aggravato la situazione e sta mettendo a rischio il motore più potente dell’economia cinese, cioè l’esportazione verso occidente di più di 1700 miliardi di dollari di prodotti. Le esportazioni verso la Russia, che pure sono aumentate moltissimo da quando i due Stati hanno stretto una forte alleanza politica, non possono certo sostituirle perché raggiungono solo un decimo di questa somma.

Attraverso un aumento impressionante del commercio e degli investimenti in Africa e in America Latina, una formidabile penetrazione politica ed economica in Asia con la Via della Seta, la Cina sta tentando di liberarsi dall’eccessiva dipendenza dai mercati capitalisti. Questo processo, tuttavia, richiede tempo: basta pensare che i rapporti economici con la sola Germania sono superiori a quelli con l’intera Africa.

Per questo motivo la Cina mantiene una posizione sostanzialmente defilata nei confronti della guerra in Ucraina e non ha, almeno fino ad ora, inviato nemmeno una cartuccia in aiuto al suo alleato. La ripetuta affermazione che la Russia rimane il più stretto amico, ma che i confini non si toccano, non potrebbe essere più contraddittoria.

Quest’alleanza viene tuttavia ritenuta necessaria finché dura l’inimicizia con gli Stati Uniti. Un’inimicizia che cresce sempre più di intensità e che sembra aumentare ulteriormente in attesa degli eventi di novembre, quando il presidente cinese dovrà essere confermato per la terza volta nel suo ruolo, rompendo le regole di successione al potere che si erano affermate dopo la morte di Mao e Biden dovrà affrontare le elezioni di mid-term, che si presentano particolarmente difficili per il Partito democratico.

In tutti e due i casi sembra che l’aumento delle tensioni nei confronti del nemico numero uno giovi al raggiungimento dell’obiettivo politico. Basti riflettere sul fatto che, mentre in passato per l’opinione pubblica americana l’aumento del commercio e dei rapporti economici era ritenuto un elemento utile per facilitare l’avvicinamento della Cina alle democrazie occidentali, tutto questo è ora comunemente ritenuto un elemento che aiuta l’autoritarismo e l’autocrazia. La rottura fra il mondo democratico e il resto del mondo sta quindi ulteriormente aggravandosi per effetto della guerra di Ucraina con caratteristiche che ritengo estremamente preoccupanti per il futuro.

Mentre la maggioranza numerica dei Paesi si è schierata a favore della mozione occidentale presentata all’Onu contro l’invasione dell’Ucraina, quasi i due terzi degli abitanti del globo, a partire da Cina e India, hanno manifestato il loro dissenso nei confronti delle democrazie liberali con l’astensione o il voto contrario. Ho proprio paura che si stia costruendo una drammatica frattura fra Stati di democrazia e ricchezza consolidate e tutto il resto del mondo. Qualcosa come Paesi proletari di tutto il mondo unitevi.

Per questo le parole che mi hanno più colpito nei commenti su questa guerra vengono dal giovane Henry Kissinger che, alla verde età di 99 anni, ci ha spiegato che sarebbe meglio mettere in rilievo e approfittare delle esistenti diversità fra Russia e Cina, piuttosto che continuare con un muro contro muro che non può che avere effetti devastanti per il futuro.

Ritornando ai tragici eventi di questi giorni, queste osservazioni mi consolidano nella convinzione che solo un accordo fra Stati Uniti e Cina (scelgano loro i possibili intermediari) può porre fine a questo conflitto, ma mi obbligano a ricordare che, anche nei momenti della più pericolosa guerra fredda, americani e sovietici hanno impedito la distruzione del pianeta discutendo fra di loro. Non possono fare la stessa cosa Biden e XI Jinping?

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Un mondo “alluvionato” dalle fake news

DOMENICO DELLE FOGLIE . 14/12/2021

Questa è la notizia più allarmante contenuta nel Digital News Report 2021 di Reuters condotto in 46 Paesi, tra cui l’Italia.

Stando al rapporto, la maggiore fonte di preoccupazione è costituita da Facebook (29%).Ma ancor più preoccupanti sono le fonti di disinformazione indicate dagli utenti e che inondano i social media.Il vertice di questa classifica negativa è occupato dai politici nazionali con addirittura il 40% di segnalazioni. Ma non sono da meno gli attivisti (14%), i giornalisti e le persone comuni (entrambi al 13%) e infine i governi stranieri (10%).Dunque, una pluralità di fonti è all’opera nella produzione di fake news che ammorbano i social e spingono il 65% degli utenti a dichiarare di essere profondamente interessati a ciò che è vero o falso riguardo alle notizie nelle quali si imbattono in internet.

Tutto questo dovrebbe farci gridare al miracolo perché vuol dire che c’è una maggioranza assoluta di utenti del mondo digitale interessata a conoscere la verità e a disvelare il falso. Dunque, a cercare nell’informazione gli elementi necessari alla comprensione della realtà per formarsi un giudizio approfondito e motivato. Ma ciò che più sorprende è il tradimento di quanti hanno la responsabilità di informare. Se i politici possono vantare l’attenuante (pur discutibilissima e certamente dall’ambiguo profilo morale) della ricerca spasmodica di consensi nel tempo del presentismo, ovvero del ripiegamento totale sul presente senza una visione di futuro, che dire dei giornalisti?Come perdonare agli operatori dell’informazione un comportamento che getta discredito su tutta la categoria, ma soprattutto avvelena i pozzi della democrazia? Ché tali sono tutti i media chiamati a svolgere un ruolo non solo di autenticazione dei fatti narrati, ma soprattutto un serbatoio di imparzialità, veridicità e garanzia democratica.

Il solo dubbio che i giornalisti, una volta indicati come i cani da guardia dei poteri (di tutti i poteri), si possano prestare al gioco sporco del falso da immettere nel circuito informativo, getta un’ombra di discredito e di disdoro sull’intera categoria. E non ce la si può neanche cavare con l’artificio retorico utilizzato in questi casi: se il lettore ha intelligenza sveglia e capacità critica, ma soprattutto ha gli strumenti per verificare i fatti attraverso altre fonti, perché scandalizzarsi?

Altro che mammolette, qui è in gioco un profilo deontologico insuperabile che consiste nel rispetto rigoroso della verità dei fatti così come li raccogliamo dalla nuda realtà.

Ma questa situazione nuova è da ricondursi proprio alla contiguità di tanti operatori dell’informazione proprio con la politica (peraltro accentuata dal fenomeno del bipolarismo) che ha finito con l’ammorbare l’aria e il dibattito pubblico, sino al punto di spingere troppi giornalisti a perdere progressivamente la propria terzietà e a prendere partito. E cioè a forzare le notizie e soprattutto la loro narrazione, se non la loro interpretazione, agli interessi di una parte.

Senza voler scagliare accuse contro nessuno, sarà piuttosto il caso di accettare la sfida posta dai risultati del rapporto Reuters.Infatti l’agenzia di stampa britannica ha messo in luce il desiderio sempre più accentuato di notizie attendibili.Un fenomeno, questo, direttamente collegato con la pandemia e con la necessità di ricevere notizie assolutamente veritiere in un momento difficilissimo per la sopravvivenza di tutti.

Il risultato positivo, espresso dagli intervistati, è un’inversione di tendenza rispetto agli ultimi anni:la fiducia nelle notizie fornite dai media tradizionali è cresciuta del 6%, arrivando a toccare il 44%.Sarà bene che i giornalisti sappiano conservare gelosamente questo tesoretto e che non si prestino più alla costruzione di fake news che inquinano la vita pubblica attraverso i social media. Anche in Italia c’è una nuova e grande domanda di buona informazione, guai a deluderla.

Il potere delle parole nella comunicazione. Come difendersi dalle fake news

ANGELA GADDUCCI – 31/marzo/2022

Vivendo oggi nell’era biomediatica, in cui diventa cruciale la condivisione telematica delle biografie personali attraverso i social network, l’evoluzione del panorama mediatico globale ha determinato evidenti trasformazioni all’interno del sistema comunicativo. Con l’irruzione dei social la domanda informativa si è indirizzata su piattaforme online in grado di offrire gratuitamente spazi divulgativi pressoché infiniti. Senonché, il fatto che la crescente mole dei contenuti che circolano sul web abbia come caratteristica la disintermediarizzazione, la delocalizzazione e la decontestualizzazione ha condotto alla nascita di patologie interne al sistema informativo stesso: le cosiddette fake news, veri e propri strumenti di persuasione e manipolazione, pratiche finalizzate a diffondere disinformazione e manipolare le coscienze.

Una possibile definizione dell’attuale realtà comunicativa
Nel tentativo di conferire una denominazione adeguata alla realtà comunicativo-relazionale contemporanea risulterebbe forse scontato e banale definirla sia tecnologica, per la prepotente irruzione e socializzazione delle nuove tecnologie informatico-cibernetiche, sia mass–mediologica, perché caratterizzata dalla massificazione dei canali di trasmissione/comunicazione e dal fatto che ai grandi megafoni sociali, i cosiddetti “persuasori occulti” di packardiana memoria[1], è affidata la gestione del consenso.

Le fake news come armi non convenzionali
Anche la guerra del nuovo millennio si svolge sui canali social e il fenomeno delle fake news è riuscito ad insinuarsi persino nello scenario bellico: nel terzo millennio la guerra si combatte anche sul web a colpi di disinformazione, propaganda e censura, nozioni che nel vocabolario strategico sembrerebbero tradursi, rispettivamente, in manipolazione, diffusione di notizie false e oscuramento di quelle vere. Il marchingegno della disinformazione, che si nutre facilmente dell’universo del web e dei social network, rappresenta un’arma non convenzionale con cui oggi si combattono i conflitti; un’arma che colpisce in modo subdolo, nascosto, mistificando la realtà, influenzando le opinioni e manovrando le convinzioni delle persone.
Tra le menzogne che circolano negli ultimi tempi relativamente al conflitto russo-ucraino merita di essere segnalata quella secondo cui il conflitto in corso sarebbe solo un’invenzione mediatica. “La guerra non esiste” si tuona dal Cremlino, si tratta di “un’operazione militare speciale”: una fake che la disinformazione disseminata dal governo russo e le manipolazioni dei telegiornali di Mosca hanno reso virale sui social. Perché le fake news hanno le stesse potenzialità di diventare virali come le notizie veritiere, e una volta che una falsa notizia diventa virale è difficile limitarne i danni, tant’è che anche le smentite degli organi di stampa ufficiali spesso non riescono a metterle a tacere.

Dalla trasmissione del sapere alla conoscenza senza intermediazione
D’altra parte, per i giovani la principale fonte per attingere all’attualità è lo smartphone dove le notizie si avvicendano come fuochi d’artificio sui loro monitor. Scenari apocalittici spesso accompagnati da musiche ansiogene e uno strano pot-pourri di informazioni traboccano dalle piattaforme social: le immagini e i suoni disvelano al mondo la ferocia primitiva e selvaggia dell’uomo contro l’uomo, mentre i video, brevissimi e concitati, si susseguono in caotico divenire e ad una velocità tale da non consentire l’elaborazione di ogni singolo contenuto. I social, infatti, sono dei media privi di intelligenza. Intelligere, nel senso etimologico del termine (dal latino inter-legere), significa legare insieme i fatti e le informazioni per ricavarne il senso o almeno un senso plausibile, mentre sui social la costruzione e diffusione di immagini e informazioni non rispetta i criteri logici e sequenziali che antepongono le premesse alle conseguenze e le cause agli effetti. Trattandosi di forme di conoscenza disintermediate, che non passano cioè attraverso il vaglio di figure censorie, si assiste alla rottura dei paradigmi che sottostanno ai processi di trasmissione dei saperi all’opinione pubblica.

Il bombardamento di informazioni stimola un approccio emotivo
Ebbene, quel bombardamento di notizie, divulgate senza alcun filtro e senza la mediazione di uno sforzo interpretativo atto a ordinarle secondo una sequenza logica, incide sull’intelligenza emotiva dei giovanissimi fruitori che, attoniti e smarriti, non sempre riescono a decodificare quelle masse di informazioni trasmesse in maniera così frammentaria e disarmonica da non poter discernere la comunicazione dalla spettacolarizzazione, il documento dalle fake news. Colti nella loro debolezza ed emotività, e sommersi da tanto straripante sapere, i giovani risultano incapaci di gestirlo: condividono semplicemente i contenutiin linea con le proprie convinzioni, leggono e credono solo a ciò che dà conferma a sensazioni e pregiudizi.

I social come acceleratori delle informazioni
La diffusione di notizie false, incrementata dal proliferare di piattaforme disponibili sul web, risponde a due distinti ordini di motivi. Innanzitutto, l’istantanea condivisione degli annunci con un semplice click: in forza di questa loro intrinseca peculiarità, i social sono un veicolo privilegiato per diffondere notizie infondate in quanto agiscono da acceleratori ad effetto valanga.
In secondo luogo, le menzogne che circolano sul web sono verosimili, possiedono cioè una natura mimetica che le fa apparire non solo ammissibili, ma addirittura attrattive agli occhi di user distratti o servi volontari delle big tech companies[2], che utilizzano tattiche molto influenti nel modellare le informazioni. Facendo leva sulle emozioni di ignari e sprovveduti spettatori grazie ad immagini sensazionalistiche e video eclatanti, le fake news spingono tutti impercettibilmente verso una stessa direzione, perché il loro scopo è quello di produrre e consumare algoritmicamente un certo tipo di informazioni.

C’è un rischio diffuso di disinformazione
Le fake news, artatamente costruite dalla potente fabbrica dei troll (nel gergo del web, sono gli utenti anonimi), per inquinare il dibattito pubblico ed esaltare i sentimenti collettivi delle grandi masse (populismo), esistono da tempi immemori, anche se il termine è stato coniato negli Stati Uniti alla fine del 19° secolo, ad indicare storie inventate in ambito politico per danneggiare persone o istituzioni. Con riferimento ad un passato recente, già la pandemia ha fatto registrare massicce campagne di disinformazione sfociate in battages propagandistici, di così difficile discernimento per la collettività da mettere a rischio la salute pubblica. Oggi, sul tetro scenario della guerra in Ucraina, gli effetti di una notizia falsa o di un’affermazione diffamatoria, creano percezioni distorte della realtà mettendo a repentaglio i diritti irrinunciabili degli esseri umani.
Uno studio condotto presso l’Università di Oxford[3] da un gruppo di ricerca intento a mettere in evidenza le recenti tendenze della propaganda computazionale, ha posto in luce che nel 2020 ben 81 Paesi erano ricorsi all’uso dei social media per diffondere la propria propaganda politica e che in 76 Paesi le Cyber Troops avevano utilizzato la disinformazione per instradare la convinzione pubblica.
È preoccupante il ruolo che la Rete e i social giocano sullo scenario socio-politico del nostro tempo. Un’ondata di insensatezza, con inverosimili ipotesi complottiste e assurde fantasticherie che sfiorano persino il negazionismo storico-scientifico, sembra aver rubato il campo ad una ragione sopita.

Tra complottismo e necessità di restare connessi
Dalla medicina alla tecnologia nulla sfugge alla dentata ruota d’ingranaggio dell’irrazionale che si ritaglia ampio spazio nel discorso pubblico pilotando le menti e i comportamenti di molte persone: per circa 3 milioni di italiani il covid-19 non è mai esistito, oltre 6 milioni di persone negano che l’uomo sia mai sbarcato sulla Luna, mentre per 13 milioni la tecnologia 5G è un sofisticato strumento per controllare la vita personale degli individui. È quanto è emerso dal 55° Rapporto Censis sulla situazione sociale del Paese, pubblicato nel dicembre 2021[4], mentre dalla rendicontazione del 16° Rapporto Censis-Ucsi sulla comunicazione, pubblicato nel febbraio 2020[5] circa i dati relativi alla crescita dei consumi dei social in base all’età, è scaturito che la percentuale degli utenti saliva vertiginosamente tra i giovani della Generazione Z, composta dai nati a cavallo tra il vecchio e il nuovo millennio, come pure tra i giovani adulti, i cosiddetti millennial, che continuano a vivere all’ombra di Internet pur essendo diventati grandi.

Il potere del pensiero narrativo
Ecco allora che il mondo degli adulti deve infrangere le frontiere di questa nuova evoluzione digitale ed entrare in soccorso dei giovani che ne sono i protagonisti: in famiglia o tra i banchi di scuola, agli adulti è affidato il compito di sostenere i ragazzi guidandoli nella rielaborazione critica diquel materiale disomogeneo, di quella frammentaria e polifonica moltitudine di conoscenze in modo da poterla inquadrare in una narrazione. Perché è proprio la narrazione, forma tipica di linguaggio nella scuola, che deve essere ricostituita insieme ai ragazzi: contro il pensiero schematico che campeggia sul monitor degli smartphone, il pensiero narrativo consente la creazione di significati culturali ed esistenziali come il ricordo, la retrospezione e il futuro, racconta l’evoluzione nel tempo e insegna loro a gestire la massa indistinta di informazioni. A fronte del bisogno ‘biologico’ di allacciare rapporti con il mondo mediante la connessione ad Internet, che per i giovani anziché uno strumento rappresenta ormai un luogo da abitare, c’è anche la necessità di difendersene per evitare che quell’incerto senso di pericolo che aleggia nel web si trasformi in angoscia.

Ritornare alle categorie per rappresentare il mondo
Cultura, formazione e riflessione critica: è questa la soluzione. La scuola ha il compito di guidare i nostri giovani ad esaminare avvedutamente il materiale che circola sul web, recuperando il proprio ruolo di servizio educativo di qualità garantito a tutti. Nell’orizzonte comunicativo digitale, particolarmente dinamico, parole e immagini dalla grande forza ipnotica assumono sempre più potere e risonanza. Con la loro forza persuasiva sono, infatti, capaci di fornire informazioni, sollecitare e rallegrare, ma possono anche essere utilizzate per operare disinformazione e, quindi, contraffare, ingannare, persuadere, estorcere consensi, offendere e distruggere. Modificata la struttura dell’esistere e dell’acquisire conoscenze, è tempo di riconquistare le strutture categoriali di rappresentazione del mondo (le spazio-temporali, per esempio) che nel virtuale scompaiono e divengono oggetto di arbitraria manipolazione: sullo schermo il succedersi degli eventi è casuale, dipende unicamente dalla vocazione di potere del padrone dell’emittente.
Ed è proprio ciò che succede oggi da parte del Cremlino: gli oligarchi russi, signori delle principali testate giornalistiche, orientano il sistema informativo imposto dalla Russia, che non lascia spazio all’informazione autonoma.

Distinguere il vero, il verosimile e il falso
Stando così le cose, è importante che la scuola recuperi lo spessore storico degli eventi. Da qui, la necessità per i nostri professionisti dell’educazione di contribuire a far chiarezza dotando soprattutto i giovanissimi degli strumenti idonei per discernere tra ciò che è vero e ciò che è verosimile, tra l’attendibilità dell’informazione diffusa e l’abilità di pratiche falsificatorie in mezzo alla massiccia mole di informazioni che attraversano la galassia del web e alla quale i nostri giovani hanno affidato la loro vita.
Questa modalità comunicativa attraverso forme di aggregazione che consentono ai social la sublimazione di qualsiasi velleità, è regressiva e fortemente rischiosa perché, affidandosi acriticamente all’opinione di turno, i giovani non riusciranno mai ad appropriarsi degli strumenti idonei per vivere autonomamente e in piena libertà.
Occorre, pertanto, ricondurre a consapevolezza e spirito critico il nucleo della vita di comunicazione dei giovani, illustrando loro i pericoli dell’essere sempre connessi in modo passivo. Occorre, per dirla con Andrea Melodia, “equilibrare il mito del palinsesto personale” in riferimento al fatto che i ragazzi si specchiano negli schemi biografici multimediali creati da loro stessi dopo averli tagliati su misura in base alle loro esigenze e preferenze, per cui, contemplando sé stessi, finiscono per concentrarsi sul loro stesso ombelico.

La nostra libertà non è assoluta: per avere senso ha bisogno degli altri

Nadia Urbinati

La pandemia ha catapultato la democrazia costituzionale in una realtà inedita sotto molti punti di vista, medico-sanitari, giuridico-amministrativi ed etici. La riporta alle sue radici – la libertà e i diritti – come non accadeva dagli anni Quaranta e Cinquanta, quando su questi temi si accese una delle più ricche e importanti discussioni filosofiche e politiche del Ventesimo secolo. Allora, l’obiettivo polemico era il potere totalizzante di uno stato non democratico. Oggi, sono i limiti alla libertà nelle decisioni di democrazie costituzionali. Nelle strategie di contenimento e prevenzione del contagio adottate dai governi democratici, i critici leggono il segno della dimensione fatalmente arbitraria del potere statale, pronto a derubarci della libertà con il pretesto di proteggere la nostra vita.

Il green pass è scomunicato come una politica di discriminazione verso chi non è vaccinato o non si vuole vaccinare – addirittura come la stella di David che i regimi nazi-fascisti imponevano agli ebrei di appuntarsi sul petto. Si tratta di una battaglia ideologica che immagina complotti e cospirazioni da parte di poteri occulti ai danni di cittadini vulnerabili usati come cavie. La narrativa del potere invisibile e totale è irresistibile perché dogmatica; ed è capace di unire al di là di destra e sinistra, di risvegliare il dormiente “potere costituente” contro il “potere costituito” nel nome della libertà (di non vaccinarsi e di non certificare la vaccinazione). Tornare alle radici, ai principi fondativi della nostra democrazia è quanto mai necessario e urgente.

La Costituzione

La Costituzione documenta la complessità della libertà individuale quando la collega direttamente all’uguaglianza e impegna il legislatore a rimuovere gli ostacoli che non ne permettono l’uguale godimento. Gli “altri” – le persone che ci vivono accanto – sono l’orizzonte nel quale la Costituzione situa la libertà, che si accompagna necessariamente alla limitazione. Ciò non solo perché noi non possiamo volere tutto quel che desideriamo (non possiamo volare per esempio); non solo perché siamo “costretti” a decidere (la nostra natura non è programmata ad attivare comportamenti istintivi funzionali); non solo perché la nostra possibilità di fare scelte richiede un governo limitato (e governanti che rispettino le norme che lo limitano); ma anche perché ogni volta che scegliamo rinunciamo a qualcosa per qualcos’altro e facendo ciò incrociamo altre persone che come noi scelgono e magari scelgono le stesse cose, per cui ogni azione per essere libera concretamente presume un coordinamento, una regia – ovvero la legge. La democrazia costituzionale si è rivelata una buona regia; tiene conto di questa complessità di limiti normativi e fattuali; delinea un ordine istituzionale incentrato sulla divisione dei poteri e comanda il rispetto dei diritti fondamentali.

Il vivere democratico ci ha abituati a identificare la libertà con i diritti. I diritti stabiliscono una limitazione giuridica che coincida il più possibile con quella che noi daremmo a noi stessi; istigano per tanto una diffidenza naturale verso il potere costituito. L’età dei diritti è a tutti gli effetti l’età della centralità della persona e delle libere contestazioni al potere; della critica all’autoritarismo e alle tecniche di sorveglianza affinate dal potere istituzionale, politico ed economico, con lo scopo di addomesticare le volontà e rendere le persone docili; della critica al formalismo dei diritti, indifferente alle condizioni socio-economiche e culturali nelle quali la libertà è (o non è) goduta.

L’età dei diritti

Nel secondo dopoguerra, agende libertarie e agende socialdemocratiche hanno segnato buona parte dell’età dei diritti. L’esito è stato l’espansione dei diritti di libertà nel campo delle relazioni private e intime (interruzione volontaria del vincolo matrimoniale e della gravidanza); la sovversione di tradizioni ataviche (abolizione del delitto d’onore); la conquista dell’eguale opportunità di donne e uomini di accedere alle carriere nell’amministrazione pubblica; la traduzione del diritto alla salute in un sistema sanitario nazionale. Tutte queste battaglie sono state condotte nel nome della libertà. E tutte implicano limiti.

Scriveva Norberto Bobbio che la storia delle libertà è una storia di lotte volte a conquistare i diritti, a partire da quelli che chiamiamo fondamentali e poi quelli che proteggono altri beni non meno importanti come condizioni dignitose di lavoro e di vita o protezione dell’ambiente. Tutti questi diritti vogliono obblighi. Sovente ce ne dimentichiamo. La politica e la pratica dei diritti è a un tempo di contestazione e di differenziazione. Ha anche la forza di distanziare le persone dai valori comunitari. Infine, le abitua a concepire la loro libertà in un rapporto di tensione, quando non di contrasto, con gli altri; a idealizzare la libertà come un bene esclusivamente individuale, idealmente in assenza degli altri e della società. La pandemia ha portato alla superficie questa concezione individualistica della libertà e ne ha messo in luce i problemi e i limiti.

Fare quel che ci piace

Il green pass rientra in questa concezione. Coloro che identificano il gress pass con il despotismo securitario e la discriminazione nei confronti di coloro che sono contrari alla vaccinazione ci hanno come svegliato da un sonno dogmatico. Ci han fatto vedere quel che in condizione di ordinaria vita civile non vediamo: che la libertà non è mai una dichiarazione di assolutezza, anche quando proclamata nel nome di diritti fondamentali; che, infine, i diritti hanno un necessario contraltare di obblighi legali e di doveri morali. Riposano per la loro efficacia sulla nostra individuale responsabilità, per cui averli proclamati nei codici non è bastante a renderli forti ed efficaci. La pandemia ci fa comprendere quel che tendiamo a dimenticare: che chi sta fuori da ogni relazione umana non è né libero né non libero (non è giudicabile moralmente) e non ha quindi bisogno di diritti. La libertà vuole gli altri per essere e avere un senso. Per questo si esprime nelle forme che il diritto stabilisce e la legge detta. Scriveva John Stuart Mill che la libertà significa «fare quel che ci piace, essendo soggetti alle conseguenze che possono da ciò derivare, senza impedimento da parte degli altri fino a quando non arrechiamo loro danno».

Questa teoria trova la sua traduzione giuridica nella nostra Costituzione, la quale indica al legislatore il principio per decidere di limitare la nostra libertà di “fare quel che ci piace”. Questo principio, dice Mill, «è che l’umanità è giustificata, individualmente o collettivamente, a interferire sulla libertà d’azione di chiunque soltanto al fine di proteggersi: il solo scopo per cui si può legittimamente esercitare un potere su qualunque membro di una comunità civilizzata, contro la sua volontà, è per evitare danno agli altri». Dice l’articolo 16 della nostra Costituzione: «Ogni cittadino può circolare e soggiornare liberamente in qualsiasi parte del territorio nazionale, salvo le limitazioni che la legge stabilisce in via generale per motivi di sanità o di sicurezza». Dice l’articolo 32: «Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge».

Riandare ai principi ci aiuta a criticare atteggiamenti e idee a sostegno di una libertà assoluta e indifferente a quel che sta oltre il desiderio e il volere del singolo, secondo l’assunto che “fare quel che ci piace” sia un fare senza limiti. Ma la libertà assoluta è un ossimoro e il diritto che la protegge ne è la conferma. Il diritto si cura di dirci se e quando le nostre scelte sono dannose agli altri, e legittima lo stato a intervenire. Il green pass è questo intervento. Non discrimina, ma indica una condizione grazie alla quale possiamo scegliere di fare o non fare qualcosa. Il suo principio di riferimento è quello del danno che, secondo la Costituzione, ammette l’interferenza con le scelte individuali se queste sono comprovatamente dannose agli altri.

in “Domani” del 31 luglio 2021

Sviluppare insieme le competenze digitali e le professioni del futuro

FEDERICO BUTERA – 23/10/2022

Competenze digitali: cosa sono

Secondo il repertorio DG Comp 2.1 della Commissione Europea (Agid 2020), la prima dimensione di base delle competenze digitali indispensabile a tutti è quella della alfabetizzazione digitale che riguarda la capacità di utilizzare i comandi e le funzionalità operative di dispositivi digitali; visualizzare, ricercare, archiviare i dati; essere in grado di ottenere l’accesso con ID e password e altre operazioni. Sono competenze di tutti noi, diventati “cittadini digitali”. La elevata usabilità degli smartphone o tablet le fa apparire erroneamente come competenze semplici. In realtà questo è il primo “vallo di Adriano” del digital divide: persone non acculturate, lavoratori manuali non qualificati, persone anziane si bloccano spesso di fronte a difficoltà banali che appaiono incomprensibili per un nativo digitale come compilare un modulo digitale o rinnovare una password e che sono sistematicamente trascurate dai progettisti delle interfacce.

Un secondo ordine di competenze digitali riguarda la comunicazione e collaborazione: servirsi dei protocolli di comunicazione; navigare, interagire e condividere con gli altri; visualizzare, rilevare, associare, utilizzate i dati per prendere decisioni. Queste sono competenze trasversali che sono richieste per ogni tipo di lavoro. Sono competenze necessarie per collaborare e lavorare con gli altri nelle fabbriche, negli uffici, nei servizi.

Il terzo ordine di competenze riguarda la creazione di contenuti digitali: creare contenuti da pubblicare online, impartire disposizioni ad un sistema informatico, dal coding alle forme di programmazione via via più complesse. Esse richiedono una conoscenza del funzionamento delle tecnologie, una conoscenza tecnica più o meno profonda, comunque superiore a quella dell’utilizzatore. Esse sono le competenze dei mestieri e delle professioni informatiche, che sistemi come la ACDL europea registrano e certificano.

Un quarto ordine di competenze riguarda la cultura digitale. Essa implica la consapevolezza della natura e della pervasività delle tecnologie digitali nel lavoro, nell’organizzazione, nella vita. Essa implica la capacità di selezionare e utilizzare appropriatemene le tecnologie digitali per risolvere problemi, innovare prodotti e servizi, gestire i processi primari e secondari di una organizzazione. Esse sono alla base della cittadinanza digitale (Fuggetta 2019).

Ma non basta possedere questi diversi livelli di conoscenza degli strumenti e del mondo digitale: occorre comprendere la potenza e limiti di portata dei dati, che sono alla base del mondo digitale. Disporre di una grande quantità di dati che vengono forniti ad una velocità e con una precisione impensabile prima del digitale richiede una sempre più forte capacità di acquisizione, associazione, interpretazione dei dati e soprattutto di presa delle decisioni. Questa capacità di usare i dati per prendere decisioni dipende da una quinta classe di competenze: le competenze di dominio, conoscere la meccanica, l’elettronica, l’amministrazione, il servizio e quelle dell’ambito in cui si lavora.

Un sesto tipo di competenze che il digitale richiede ed esalta sono le competenze trasversali, chiamate con un termine che a me piace poco, soft skills. Le capacità di collaborazione, problem solving, pensiero creativo, design thinking diventano cruciali a tutti i livelli della vita delle organizzazioni. Le tecnologie digitali potenziano le interazioni e diventano fondamentali le capacità di cooperazione, condivisione di conoscenze, comunicazione, tenuta e sviluppo di comunità face to face e remote. Le tecnologie digitali abilitanti non sono solo “materie” da apprendere ma sono potentissimi dispositivi pedagogici per imparare a lavorare insieme (Zuccaro in preparazione).

La Fondazione Nordest Est a fine ottobre 2020 ha intervistato gli imprenditori del Nord, si attendono l’emergere nei prossimi mesi di nuovi ambiti di crescita dell’occupazione: sanità, farmaceutico, logistica, digitale, alimentare. In ognuno di questi ambiti, e in generale ritengono più importanti le competenze digitali (per il 30% degli intervistati), accanto ad alcune competenze trasversali, come saper gestire situazioni e problemi imprevisti (43,7%), farsi carico di attività nuove e sfidanti (43,7%), l’autonomia (40,9%).

Competenze digitali come componenti di ruoli e professioni

Le competenze digitali di tutti i tipi prima accennate sono componenti strutturali di ruoli e professioni che stanno trasformando il mondo del lavoro e la vita delle persone.

a. Professioni digitali

Crescono di numero e di importanza progettisti e sviluppatori di tecnologie additive, automazione integrata dei processi produttivi, Internet delle cose, virtual reality, messa in rete di attività produttive e progettuali, impiego dei big data, cloud, intelligenza artificiale nonché nuove professioni come data scientist, data engineer, analytics translator.

Si stima che dal oggi al 2022 le imprese italiane ricercheranno 469mila figure che oggi mancano tra laureati nelle discipline STEM (e cioè science, technology, engineering e mathematics) diplomati negli Its (gli istituti tecnici superiori), tecnici che, almeno in un terzo dei casi, non si trovano.

b. Mestieri tradizionali ibridi

Oggi oltre il 70% dei compiti di lavoro (tasks) consiste nel trattamento di dati, immagini, simboli. Si moltiplicano per questo varie forme lavori ibridi: i generatori e fruitori dei dati; i data driven decision maker; i venditori che operano su dati e relazioni; i fornitori di servizi data driven post vendita.

Il lavoro ibrido “combina” e “integra” le competenze relative ai processi tecnici specifici a una specifica occupazione con le competenze informatiche e digitali: le conoscenze per comunicare nei social network; le abilità per interagire con altre persone attraverso la mediazione o l’uso di tecnologie digitali; gli strumenti di trattamento dei dati per svolgere in modo efficace il proprio lavoro. Così concepito, il lavoro ibrido non riguarda solo i lavori della conoscenza ma si estende anche a quelle tradizionali, e anche a quelle manifatturiere.

È ibrido per esempio il lavoro delle figure operaie chiamate a prendere decisioni combinando il saper fare frutto dell’esperienza con l’uso di sistemi elettronici per il governo delle macchine, con l’interazione con robot collaborativi, con l’interpretazione di schemi e grafici, con il coordinamento con modalità digitali.

La fabbrica digitale infatti non è più un aggregato di macchine operative condotte da operatori parcellari e coordinati da sistemi di coordinamento e controllo basati su gerarchia e programmi, ma un sistema integrato in una catena di valorizzazione dei dati: raccolta, attraverso IOT e Smart object; valorizzazione attraverso data analytics e machine learning; fruizione per mezzo di data visualization; diffusione dei dati in vasti digital ecosiystem. Vengono analizzate grandi mole di dati, viene trasformato il dato in informazione, si prendono decisioni. In questi percorsi uomini e macchine si integrano come non era mai avvenuto.

c. Professioni ordiniste tradizionali ibride

È ibrido il lavoro di un numero crescente di professionisti. Nel caso del potentissimo computer Watson, l’applicazione medica più nota e ambiziosa dell’intelligenza artificiale capace di formulare in pochi secondi diagnosi precise e prescrivere terapie, il mestiere del medico non scomparirà come preconizzato da alcuni ma si trasformerà: da una parte, sorgerà una nuova categoria di professionisti sanitari formati per gestire i casi di routine; dall’altro medici con forte specializzazione per affrontare i casi più complessi e soprattutto capaci di operare a distanza per supportare medici e strutture sanitarie non coperte da una evoluta assistenza sanitaria (molte aree dell’Africa, dell’Asia, dell’America latina).

d. Green jobs

Nell’ambito del green new deal sorgeranno nuovi lavori o si trasformeranno quelli esistenti: riguarderanno per esempio i nuovi materiali in edilizia; la mobilità sostenibile; l’agricoltura ecosostenibile; i prodotti circolari; la manutenzione nell’industria; la progettazione e gestione delle smart cities. Tutti lavori che richiederanno in modo predominate l’impiego di competenze digitali.

e. Smart work

Il lockdown per la pandemia Covid 19, insieme alle tragedie che ha provocato e provoca, ha attivato uno straordinario esperimento organizzativo, sociale, tecnologico: da 6 a 8 milioni di persone dalla sera alla mattina hanno lavorato da remoto. Nella prospettiva di una ripresa dopo la pandemia, le migliori esperienze di smart work e di lavoro agile potrebbero essere valorizzate cambiando il lavoro, l’organizzazione, il rapporto vita lavoro, i trasporti, la configurazione dei luoghi di lavoro e delle case: una New Way of Working (WoW). E’ richiesta responsabilità sui risultati: nel prossimo paragrafo indicheremo nei ruoli responsabili lo strumento principale per assicurarla.

Le competenze digitali degli smart workers sono fondamentali e non riguardano solo l’uso delle tecnologie della comunicazione ma nello smart work vengono digitalizzati processi, adottati strumenti di elaborazione e monitoraggio digitale, si opera in un ambiente digitale di cui vanno conosciute le caratteristiche tecniche e culturali, i rischi, le opportunità.

Grazie alla digitalizzazione, ci sono attività di produzione (aver a che fare con macchine e impianti) che possono essere svolte a distanza: ci sono casi di gestione e controllo degli impianti da remoto. Oggi il controllo e la manutenzione software dei 50 laminatoi NTM della Tenaris nel mondo viene fatto attraverso un tablet operabile anywhere. E gli esempi potrebbero moltiplicarsi.

7. I ruoli e le professioni come strutture che reggono le competenze

Le competenze sono importanti ma non sono un lego, non sono mattoncini da comporre a volontà e al bisogno. I nuovi lavori non saranno un caleidoscopio di competenze anche se esse sono state elevate al rango di “nuovo paradigma pedagogico istituzionalizzato” limitato alle dimensioni (burocratiche) della certificazione delle competenze, come scrivono Benadusi e Molino (2018).

Sulle competenze vi sono due questioni di fondo che desidero chiarire.

Fra pochi anni gran parte dei lavori che esistono non ci saranno più o saranno profondamente cambiati. Sorgeranno nuovi lavori. Di fronte a questa incertezza il sistema produttivo tende spesso a rinunciare a progettare il lavoro, ossia a fare quello che si chiama job design e a ripiegare invece sulla apparente flessibilità consentita da una “gestione per competenze”, viste come un insieme di molecole o mattoncini utili per la selezione, la gestione, la valutazione, che poi potranno essere ricomposte al bisogno nei singoli casi.

Prevale in ciò ancora una visione vecchia, molecolare e frantumata di mansioni fatte di compiti destinati ad essere allocati fra gli uomini e le macchine: competenze e lavoro in frantumi, quindi. Il rischio che questo avvenga anche per le competenze digitali che abbiamo evocato prima è elevatissimo.

Progettare i lavori invece vuol dire configurare, nella concretezza e varietà dei processi produttivi e nella realtà della vita delle persone, nuove idee di ruoli, di mestieri e professioni che offrano alle organizzazioni efficienza e innovazione e alle persone professionalità, identità e cittadinanza, come per esempio furono i lavori artigiani nel rinascimento, le professioni nell’800. Per farlo è necessaria una alleanza strutturale di alta ispirazione tra sistema educativo e sistema produttivo.

La via maestra non è quella di formare competenze in astratto ma è quella di costruire dinamicamente ruoli, mestieri e professioni in base alle sfide dei processi produttivi e delle esperienze e capacità delle persone e della formazione ricevuta: un percorso di evoluzione congiunta di new jobs e new skills. Le competenze sono un attributo dei ruoli e delle professioni e la loro crescita.

L’ultimo report del World Economic Forum prevede che le nuove tecnologie digitali nei prossimi 5 anni cancelleranno a livello mondiale 85 milioni di posti di lavoro. Ma ne creeranno 100 milioni di nuovi. Come? Sviluppando ruoli e professioni ibride che includano buone competenze in materia informatica e digitale, ma anche solide competenze su materie di dominio e competenze sociali.

Il nuovo modello del lavoro che già si profila sarà basato su responsabilità sui risultati, dovrà essere in grado di controllare processi produttivi e cognitivi complessi e richiederà competenze tecniche e sociali. Un lavoro che susciti impegno e passione. Un lavoro fatto di relazioni tra le persone fra loro e con le tecnologie. Un lavoro che includa anche il workplace within, ossia il posto di lavoro “dentro” le persone con le loro storie lavorative e personali, “dentro” la loro formazione, “dentro” le loro aspirazioni e potenzialità.

La componente di base del nuovo lavoro è rappresentata dai ruoli aperti. Questi ruoli non sono le mansioni prescritte nel taylor-fordismo ma ‘copioni’, ossia definizione di aspettative formalizzate o meno che divengono poi ruoli agiti allorché vengono animati, interpretati e arricchiti dagli attori reali, ossia dalle persone vere all’interno delle loro organizzazioni o del loro contesti.

I nuovi ruoli saranno fra loro diversissimi per contenuto, livello, valore, competenze richieste ma saranno tutti basati su quattro componenti:

  1. la responsabilità su risultati misurabili materiali e immateriali, economici e sociali, strumentali ed espressivi, risultati che hanno valore per l’economia, l’organizzazione, la società;
  2. l’autonomia e il governo dei processi di lavoro, processi di fabbricazione di beni, di elaborazione di informazioni e conoscenze, di generazione di servizi, di ideazione, di attribuzione di senso, di creazione;
  3. la gestione positiva delle relazioni con le persone e con la tecnologia, ossia la capacità e responsabilità di lavorare in gruppo, comunicare estesamente, interfacciarsi con le tecnologie;
  4. il possesso e la continua acquisizione di adeguate competenze tecniche e sociali, di cui abbiamo parlato prima.

Questo modello, se applicato, si lascia indietro il modello delle mansioni prescritte da procedure o delle mansioni tecniche basate sulla padronanza di conoscenze specialistiche e ristrette: ossia il modello del taylor-fordismo, vecchio e nuovo.

Dato il carattere evolutivo e cangiante di questi ruoli sia sul versante oggettivo che soggettivo, sorgono però alcune domande chiave: come sarà possibile a) per le persone mantenere e sviluppare una identità professionale, un “centro di gravità permanente” come cantava Battiato? b) per i policy makers programmare il mercato del lavoro e la scuola?

Conosciamo già un dispositivo che consente di portare a unità diversissimi lavori fortemente differenziati per livelli di responsabilità, di remunerazione, di seniority. Gli innumerevoli ruoli nella quarta rivoluzione industriale possono essere raggruppati in mestieri e professioni di nuova concezione, caratterizzati da un ampio dominio di conoscenze e capacità costruite attraverso un riconoscibile percorso di studi e di esperienze e da un “ideale di servizio” caratterizzante e impegnativo.

Le nostre ricerche ci inducono a dire che il paradigma dominante del lavoro nella quarta rivoluzione industriale potrà essere quello dei mestieri e professioni dei servizi a banda larga (broadband service professions). Perché questa definizione? Servizi sono quelli resi sia al cliente finale sia alle strutture interne dell’organizzazione; a banda larga, perché questi mestieri e professioni devono poter contenere un altissimo numero di attività e ruoli diversi per contenuto, livello, background formativo. Essi non fanno parte di ordini professionali tradizionali, ma di modelli ben chiari questo si.

Tutti conosciamo il mestiere del carpentiere (che include il giovane apprendista che lavora in una ditta di infissi e il grande montatore di tralicci Tino Faussone de “La chiave a stella” di Primo Levi) e la professione del medico (che include il giovane praticante e il primario, il medico ospedaliero e il libero professionista, l’ortopedico e lo psichiatra). Il modello del mestiere e della professione include un’estrema varietà di situazioni occupazionali concrete: per esempio un medico è medico che sia cardiologo o psichiatra, che sia un ospedaliero o libero professionista, che sia un professore universitario o uno specializzando etc. Questo modello permette alle persone di passare da un ruolo all’altro senza   perdere identità; permette una visione e una strumentazione a chi programma lavoro e formazione. (…).

(Il testo riportato è tratto da Federico Butera, Sviluppare insieme le competenze digitali e le professioni di futuro, in Mondo Digitale, marzo 2021)