La nostra libertà non è assoluta: per avere senso ha bisogno degli altri

Nadia Urbinati

La pandemia ha catapultato la democrazia costituzionale in una realtà inedita sotto molti punti di vista, medico-sanitari, giuridico-amministrativi ed etici. La riporta alle sue radici – la libertà e i diritti – come non accadeva dagli anni Quaranta e Cinquanta, quando su questi temi si accese una delle più ricche e importanti discussioni filosofiche e politiche del Ventesimo secolo. Allora, l’obiettivo polemico era il potere totalizzante di uno stato non democratico. Oggi, sono i limiti alla libertà nelle decisioni di democrazie costituzionali. Nelle strategie di contenimento e prevenzione del contagio adottate dai governi democratici, i critici leggono il segno della dimensione fatalmente arbitraria del potere statale, pronto a derubarci della libertà con il pretesto di proteggere la nostra vita.

Il green pass è scomunicato come una politica di discriminazione verso chi non è vaccinato o non si vuole vaccinare – addirittura come la stella di David che i regimi nazi-fascisti imponevano agli ebrei di appuntarsi sul petto. Si tratta di una battaglia ideologica che immagina complotti e cospirazioni da parte di poteri occulti ai danni di cittadini vulnerabili usati come cavie. La narrativa del potere invisibile e totale è irresistibile perché dogmatica; ed è capace di unire al di là di destra e sinistra, di risvegliare il dormiente “potere costituente” contro il “potere costituito” nel nome della libertà (di non vaccinarsi e di non certificare la vaccinazione). Tornare alle radici, ai principi fondativi della nostra democrazia è quanto mai necessario e urgente.

La Costituzione

La Costituzione documenta la complessità della libertà individuale quando la collega direttamente all’uguaglianza e impegna il legislatore a rimuovere gli ostacoli che non ne permettono l’uguale godimento. Gli “altri” – le persone che ci vivono accanto – sono l’orizzonte nel quale la Costituzione situa la libertà, che si accompagna necessariamente alla limitazione. Ciò non solo perché noi non possiamo volere tutto quel che desideriamo (non possiamo volare per esempio); non solo perché siamo “costretti” a decidere (la nostra natura non è programmata ad attivare comportamenti istintivi funzionali); non solo perché la nostra possibilità di fare scelte richiede un governo limitato (e governanti che rispettino le norme che lo limitano); ma anche perché ogni volta che scegliamo rinunciamo a qualcosa per qualcos’altro e facendo ciò incrociamo altre persone che come noi scelgono e magari scelgono le stesse cose, per cui ogni azione per essere libera concretamente presume un coordinamento, una regia – ovvero la legge. La democrazia costituzionale si è rivelata una buona regia; tiene conto di questa complessità di limiti normativi e fattuali; delinea un ordine istituzionale incentrato sulla divisione dei poteri e comanda il rispetto dei diritti fondamentali.

Il vivere democratico ci ha abituati a identificare la libertà con i diritti. I diritti stabiliscono una limitazione giuridica che coincida il più possibile con quella che noi daremmo a noi stessi; istigano per tanto una diffidenza naturale verso il potere costituito. L’età dei diritti è a tutti gli effetti l’età della centralità della persona e delle libere contestazioni al potere; della critica all’autoritarismo e alle tecniche di sorveglianza affinate dal potere istituzionale, politico ed economico, con lo scopo di addomesticare le volontà e rendere le persone docili; della critica al formalismo dei diritti, indifferente alle condizioni socio-economiche e culturali nelle quali la libertà è (o non è) goduta.

L’età dei diritti

Nel secondo dopoguerra, agende libertarie e agende socialdemocratiche hanno segnato buona parte dell’età dei diritti. L’esito è stato l’espansione dei diritti di libertà nel campo delle relazioni private e intime (interruzione volontaria del vincolo matrimoniale e della gravidanza); la sovversione di tradizioni ataviche (abolizione del delitto d’onore); la conquista dell’eguale opportunità di donne e uomini di accedere alle carriere nell’amministrazione pubblica; la traduzione del diritto alla salute in un sistema sanitario nazionale. Tutte queste battaglie sono state condotte nel nome della libertà. E tutte implicano limiti.

Scriveva Norberto Bobbio che la storia delle libertà è una storia di lotte volte a conquistare i diritti, a partire da quelli che chiamiamo fondamentali e poi quelli che proteggono altri beni non meno importanti come condizioni dignitose di lavoro e di vita o protezione dell’ambiente. Tutti questi diritti vogliono obblighi. Sovente ce ne dimentichiamo. La politica e la pratica dei diritti è a un tempo di contestazione e di differenziazione. Ha anche la forza di distanziare le persone dai valori comunitari. Infine, le abitua a concepire la loro libertà in un rapporto di tensione, quando non di contrasto, con gli altri; a idealizzare la libertà come un bene esclusivamente individuale, idealmente in assenza degli altri e della società. La pandemia ha portato alla superficie questa concezione individualistica della libertà e ne ha messo in luce i problemi e i limiti.

Fare quel che ci piace

Il green pass rientra in questa concezione. Coloro che identificano il gress pass con il despotismo securitario e la discriminazione nei confronti di coloro che sono contrari alla vaccinazione ci hanno come svegliato da un sonno dogmatico. Ci han fatto vedere quel che in condizione di ordinaria vita civile non vediamo: che la libertà non è mai una dichiarazione di assolutezza, anche quando proclamata nel nome di diritti fondamentali; che, infine, i diritti hanno un necessario contraltare di obblighi legali e di doveri morali. Riposano per la loro efficacia sulla nostra individuale responsabilità, per cui averli proclamati nei codici non è bastante a renderli forti ed efficaci. La pandemia ci fa comprendere quel che tendiamo a dimenticare: che chi sta fuori da ogni relazione umana non è né libero né non libero (non è giudicabile moralmente) e non ha quindi bisogno di diritti. La libertà vuole gli altri per essere e avere un senso. Per questo si esprime nelle forme che il diritto stabilisce e la legge detta. Scriveva John Stuart Mill che la libertà significa «fare quel che ci piace, essendo soggetti alle conseguenze che possono da ciò derivare, senza impedimento da parte degli altri fino a quando non arrechiamo loro danno».

Questa teoria trova la sua traduzione giuridica nella nostra Costituzione, la quale indica al legislatore il principio per decidere di limitare la nostra libertà di “fare quel che ci piace”. Questo principio, dice Mill, «è che l’umanità è giustificata, individualmente o collettivamente, a interferire sulla libertà d’azione di chiunque soltanto al fine di proteggersi: il solo scopo per cui si può legittimamente esercitare un potere su qualunque membro di una comunità civilizzata, contro la sua volontà, è per evitare danno agli altri». Dice l’articolo 16 della nostra Costituzione: «Ogni cittadino può circolare e soggiornare liberamente in qualsiasi parte del territorio nazionale, salvo le limitazioni che la legge stabilisce in via generale per motivi di sanità o di sicurezza». Dice l’articolo 32: «Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge».

Riandare ai principi ci aiuta a criticare atteggiamenti e idee a sostegno di una libertà assoluta e indifferente a quel che sta oltre il desiderio e il volere del singolo, secondo l’assunto che “fare quel che ci piace” sia un fare senza limiti. Ma la libertà assoluta è un ossimoro e il diritto che la protegge ne è la conferma. Il diritto si cura di dirci se e quando le nostre scelte sono dannose agli altri, e legittima lo stato a intervenire. Il green pass è questo intervento. Non discrimina, ma indica una condizione grazie alla quale possiamo scegliere di fare o non fare qualcosa. Il suo principio di riferimento è quello del danno che, secondo la Costituzione, ammette l’interferenza con le scelte individuali se queste sono comprovatamente dannose agli altri.

in “Domani” del 31 luglio 2021

Sviluppare insieme le competenze digitali e le professioni del futuro

FEDERICO BUTERA – 23/10/2022

Competenze digitali: cosa sono

Secondo il repertorio DG Comp 2.1 della Commissione Europea (Agid 2020), la prima dimensione di base delle competenze digitali indispensabile a tutti è quella della alfabetizzazione digitale che riguarda la capacità di utilizzare i comandi e le funzionalità operative di dispositivi digitali; visualizzare, ricercare, archiviare i dati; essere in grado di ottenere l’accesso con ID e password e altre operazioni. Sono competenze di tutti noi, diventati “cittadini digitali”. La elevata usabilità degli smartphone o tablet le fa apparire erroneamente come competenze semplici. In realtà questo è il primo “vallo di Adriano” del digital divide: persone non acculturate, lavoratori manuali non qualificati, persone anziane si bloccano spesso di fronte a difficoltà banali che appaiono incomprensibili per un nativo digitale come compilare un modulo digitale o rinnovare una password e che sono sistematicamente trascurate dai progettisti delle interfacce.

Un secondo ordine di competenze digitali riguarda la comunicazione e collaborazione: servirsi dei protocolli di comunicazione; navigare, interagire e condividere con gli altri; visualizzare, rilevare, associare, utilizzate i dati per prendere decisioni. Queste sono competenze trasversali che sono richieste per ogni tipo di lavoro. Sono competenze necessarie per collaborare e lavorare con gli altri nelle fabbriche, negli uffici, nei servizi.

Il terzo ordine di competenze riguarda la creazione di contenuti digitali: creare contenuti da pubblicare online, impartire disposizioni ad un sistema informatico, dal coding alle forme di programmazione via via più complesse. Esse richiedono una conoscenza del funzionamento delle tecnologie, una conoscenza tecnica più o meno profonda, comunque superiore a quella dell’utilizzatore. Esse sono le competenze dei mestieri e delle professioni informatiche, che sistemi come la ACDL europea registrano e certificano.

Un quarto ordine di competenze riguarda la cultura digitale. Essa implica la consapevolezza della natura e della pervasività delle tecnologie digitali nel lavoro, nell’organizzazione, nella vita. Essa implica la capacità di selezionare e utilizzare appropriatemene le tecnologie digitali per risolvere problemi, innovare prodotti e servizi, gestire i processi primari e secondari di una organizzazione. Esse sono alla base della cittadinanza digitale (Fuggetta 2019).

Ma non basta possedere questi diversi livelli di conoscenza degli strumenti e del mondo digitale: occorre comprendere la potenza e limiti di portata dei dati, che sono alla base del mondo digitale. Disporre di una grande quantità di dati che vengono forniti ad una velocità e con una precisione impensabile prima del digitale richiede una sempre più forte capacità di acquisizione, associazione, interpretazione dei dati e soprattutto di presa delle decisioni. Questa capacità di usare i dati per prendere decisioni dipende da una quinta classe di competenze: le competenze di dominio, conoscere la meccanica, l’elettronica, l’amministrazione, il servizio e quelle dell’ambito in cui si lavora.

Un sesto tipo di competenze che il digitale richiede ed esalta sono le competenze trasversali, chiamate con un termine che a me piace poco, soft skills. Le capacità di collaborazione, problem solving, pensiero creativo, design thinking diventano cruciali a tutti i livelli della vita delle organizzazioni. Le tecnologie digitali potenziano le interazioni e diventano fondamentali le capacità di cooperazione, condivisione di conoscenze, comunicazione, tenuta e sviluppo di comunità face to face e remote. Le tecnologie digitali abilitanti non sono solo “materie” da apprendere ma sono potentissimi dispositivi pedagogici per imparare a lavorare insieme (Zuccaro in preparazione).

La Fondazione Nordest Est a fine ottobre 2020 ha intervistato gli imprenditori del Nord, si attendono l’emergere nei prossimi mesi di nuovi ambiti di crescita dell’occupazione: sanità, farmaceutico, logistica, digitale, alimentare. In ognuno di questi ambiti, e in generale ritengono più importanti le competenze digitali (per il 30% degli intervistati), accanto ad alcune competenze trasversali, come saper gestire situazioni e problemi imprevisti (43,7%), farsi carico di attività nuove e sfidanti (43,7%), l’autonomia (40,9%).

Competenze digitali come componenti di ruoli e professioni

Le competenze digitali di tutti i tipi prima accennate sono componenti strutturali di ruoli e professioni che stanno trasformando il mondo del lavoro e la vita delle persone.

a. Professioni digitali

Crescono di numero e di importanza progettisti e sviluppatori di tecnologie additive, automazione integrata dei processi produttivi, Internet delle cose, virtual reality, messa in rete di attività produttive e progettuali, impiego dei big data, cloud, intelligenza artificiale nonché nuove professioni come data scientist, data engineer, analytics translator.

Si stima che dal oggi al 2022 le imprese italiane ricercheranno 469mila figure che oggi mancano tra laureati nelle discipline STEM (e cioè science, technology, engineering e mathematics) diplomati negli Its (gli istituti tecnici superiori), tecnici che, almeno in un terzo dei casi, non si trovano.

b. Mestieri tradizionali ibridi

Oggi oltre il 70% dei compiti di lavoro (tasks) consiste nel trattamento di dati, immagini, simboli. Si moltiplicano per questo varie forme lavori ibridi: i generatori e fruitori dei dati; i data driven decision maker; i venditori che operano su dati e relazioni; i fornitori di servizi data driven post vendita.

Il lavoro ibrido “combina” e “integra” le competenze relative ai processi tecnici specifici a una specifica occupazione con le competenze informatiche e digitali: le conoscenze per comunicare nei social network; le abilità per interagire con altre persone attraverso la mediazione o l’uso di tecnologie digitali; gli strumenti di trattamento dei dati per svolgere in modo efficace il proprio lavoro. Così concepito, il lavoro ibrido non riguarda solo i lavori della conoscenza ma si estende anche a quelle tradizionali, e anche a quelle manifatturiere.

È ibrido per esempio il lavoro delle figure operaie chiamate a prendere decisioni combinando il saper fare frutto dell’esperienza con l’uso di sistemi elettronici per il governo delle macchine, con l’interazione con robot collaborativi, con l’interpretazione di schemi e grafici, con il coordinamento con modalità digitali.

La fabbrica digitale infatti non è più un aggregato di macchine operative condotte da operatori parcellari e coordinati da sistemi di coordinamento e controllo basati su gerarchia e programmi, ma un sistema integrato in una catena di valorizzazione dei dati: raccolta, attraverso IOT e Smart object; valorizzazione attraverso data analytics e machine learning; fruizione per mezzo di data visualization; diffusione dei dati in vasti digital ecosiystem. Vengono analizzate grandi mole di dati, viene trasformato il dato in informazione, si prendono decisioni. In questi percorsi uomini e macchine si integrano come non era mai avvenuto.

c. Professioni ordiniste tradizionali ibride

È ibrido il lavoro di un numero crescente di professionisti. Nel caso del potentissimo computer Watson, l’applicazione medica più nota e ambiziosa dell’intelligenza artificiale capace di formulare in pochi secondi diagnosi precise e prescrivere terapie, il mestiere del medico non scomparirà come preconizzato da alcuni ma si trasformerà: da una parte, sorgerà una nuova categoria di professionisti sanitari formati per gestire i casi di routine; dall’altro medici con forte specializzazione per affrontare i casi più complessi e soprattutto capaci di operare a distanza per supportare medici e strutture sanitarie non coperte da una evoluta assistenza sanitaria (molte aree dell’Africa, dell’Asia, dell’America latina).

d. Green jobs

Nell’ambito del green new deal sorgeranno nuovi lavori o si trasformeranno quelli esistenti: riguarderanno per esempio i nuovi materiali in edilizia; la mobilità sostenibile; l’agricoltura ecosostenibile; i prodotti circolari; la manutenzione nell’industria; la progettazione e gestione delle smart cities. Tutti lavori che richiederanno in modo predominate l’impiego di competenze digitali.

e. Smart work

Il lockdown per la pandemia Covid 19, insieme alle tragedie che ha provocato e provoca, ha attivato uno straordinario esperimento organizzativo, sociale, tecnologico: da 6 a 8 milioni di persone dalla sera alla mattina hanno lavorato da remoto. Nella prospettiva di una ripresa dopo la pandemia, le migliori esperienze di smart work e di lavoro agile potrebbero essere valorizzate cambiando il lavoro, l’organizzazione, il rapporto vita lavoro, i trasporti, la configurazione dei luoghi di lavoro e delle case: una New Way of Working (WoW). E’ richiesta responsabilità sui risultati: nel prossimo paragrafo indicheremo nei ruoli responsabili lo strumento principale per assicurarla.

Le competenze digitali degli smart workers sono fondamentali e non riguardano solo l’uso delle tecnologie della comunicazione ma nello smart work vengono digitalizzati processi, adottati strumenti di elaborazione e monitoraggio digitale, si opera in un ambiente digitale di cui vanno conosciute le caratteristiche tecniche e culturali, i rischi, le opportunità.

Grazie alla digitalizzazione, ci sono attività di produzione (aver a che fare con macchine e impianti) che possono essere svolte a distanza: ci sono casi di gestione e controllo degli impianti da remoto. Oggi il controllo e la manutenzione software dei 50 laminatoi NTM della Tenaris nel mondo viene fatto attraverso un tablet operabile anywhere. E gli esempi potrebbero moltiplicarsi.

7. I ruoli e le professioni come strutture che reggono le competenze

Le competenze sono importanti ma non sono un lego, non sono mattoncini da comporre a volontà e al bisogno. I nuovi lavori non saranno un caleidoscopio di competenze anche se esse sono state elevate al rango di “nuovo paradigma pedagogico istituzionalizzato” limitato alle dimensioni (burocratiche) della certificazione delle competenze, come scrivono Benadusi e Molino (2018).

Sulle competenze vi sono due questioni di fondo che desidero chiarire.

Fra pochi anni gran parte dei lavori che esistono non ci saranno più o saranno profondamente cambiati. Sorgeranno nuovi lavori. Di fronte a questa incertezza il sistema produttivo tende spesso a rinunciare a progettare il lavoro, ossia a fare quello che si chiama job design e a ripiegare invece sulla apparente flessibilità consentita da una “gestione per competenze”, viste come un insieme di molecole o mattoncini utili per la selezione, la gestione, la valutazione, che poi potranno essere ricomposte al bisogno nei singoli casi.

Prevale in ciò ancora una visione vecchia, molecolare e frantumata di mansioni fatte di compiti destinati ad essere allocati fra gli uomini e le macchine: competenze e lavoro in frantumi, quindi. Il rischio che questo avvenga anche per le competenze digitali che abbiamo evocato prima è elevatissimo.

Progettare i lavori invece vuol dire configurare, nella concretezza e varietà dei processi produttivi e nella realtà della vita delle persone, nuove idee di ruoli, di mestieri e professioni che offrano alle organizzazioni efficienza e innovazione e alle persone professionalità, identità e cittadinanza, come per esempio furono i lavori artigiani nel rinascimento, le professioni nell’800. Per farlo è necessaria una alleanza strutturale di alta ispirazione tra sistema educativo e sistema produttivo.

La via maestra non è quella di formare competenze in astratto ma è quella di costruire dinamicamente ruoli, mestieri e professioni in base alle sfide dei processi produttivi e delle esperienze e capacità delle persone e della formazione ricevuta: un percorso di evoluzione congiunta di new jobs e new skills. Le competenze sono un attributo dei ruoli e delle professioni e la loro crescita.

L’ultimo report del World Economic Forum prevede che le nuove tecnologie digitali nei prossimi 5 anni cancelleranno a livello mondiale 85 milioni di posti di lavoro. Ma ne creeranno 100 milioni di nuovi. Come? Sviluppando ruoli e professioni ibride che includano buone competenze in materia informatica e digitale, ma anche solide competenze su materie di dominio e competenze sociali.

Il nuovo modello del lavoro che già si profila sarà basato su responsabilità sui risultati, dovrà essere in grado di controllare processi produttivi e cognitivi complessi e richiederà competenze tecniche e sociali. Un lavoro che susciti impegno e passione. Un lavoro fatto di relazioni tra le persone fra loro e con le tecnologie. Un lavoro che includa anche il workplace within, ossia il posto di lavoro “dentro” le persone con le loro storie lavorative e personali, “dentro” la loro formazione, “dentro” le loro aspirazioni e potenzialità.

La componente di base del nuovo lavoro è rappresentata dai ruoli aperti. Questi ruoli non sono le mansioni prescritte nel taylor-fordismo ma ‘copioni’, ossia definizione di aspettative formalizzate o meno che divengono poi ruoli agiti allorché vengono animati, interpretati e arricchiti dagli attori reali, ossia dalle persone vere all’interno delle loro organizzazioni o del loro contesti.

I nuovi ruoli saranno fra loro diversissimi per contenuto, livello, valore, competenze richieste ma saranno tutti basati su quattro componenti:

  1. la responsabilità su risultati misurabili materiali e immateriali, economici e sociali, strumentali ed espressivi, risultati che hanno valore per l’economia, l’organizzazione, la società;
  2. l’autonomia e il governo dei processi di lavoro, processi di fabbricazione di beni, di elaborazione di informazioni e conoscenze, di generazione di servizi, di ideazione, di attribuzione di senso, di creazione;
  3. la gestione positiva delle relazioni con le persone e con la tecnologia, ossia la capacità e responsabilità di lavorare in gruppo, comunicare estesamente, interfacciarsi con le tecnologie;
  4. il possesso e la continua acquisizione di adeguate competenze tecniche e sociali, di cui abbiamo parlato prima.

Questo modello, se applicato, si lascia indietro il modello delle mansioni prescritte da procedure o delle mansioni tecniche basate sulla padronanza di conoscenze specialistiche e ristrette: ossia il modello del taylor-fordismo, vecchio e nuovo.

Dato il carattere evolutivo e cangiante di questi ruoli sia sul versante oggettivo che soggettivo, sorgono però alcune domande chiave: come sarà possibile a) per le persone mantenere e sviluppare una identità professionale, un “centro di gravità permanente” come cantava Battiato? b) per i policy makers programmare il mercato del lavoro e la scuola?

Conosciamo già un dispositivo che consente di portare a unità diversissimi lavori fortemente differenziati per livelli di responsabilità, di remunerazione, di seniority. Gli innumerevoli ruoli nella quarta rivoluzione industriale possono essere raggruppati in mestieri e professioni di nuova concezione, caratterizzati da un ampio dominio di conoscenze e capacità costruite attraverso un riconoscibile percorso di studi e di esperienze e da un “ideale di servizio” caratterizzante e impegnativo.

Le nostre ricerche ci inducono a dire che il paradigma dominante del lavoro nella quarta rivoluzione industriale potrà essere quello dei mestieri e professioni dei servizi a banda larga (broadband service professions). Perché questa definizione? Servizi sono quelli resi sia al cliente finale sia alle strutture interne dell’organizzazione; a banda larga, perché questi mestieri e professioni devono poter contenere un altissimo numero di attività e ruoli diversi per contenuto, livello, background formativo. Essi non fanno parte di ordini professionali tradizionali, ma di modelli ben chiari questo si.

Tutti conosciamo il mestiere del carpentiere (che include il giovane apprendista che lavora in una ditta di infissi e il grande montatore di tralicci Tino Faussone de “La chiave a stella” di Primo Levi) e la professione del medico (che include il giovane praticante e il primario, il medico ospedaliero e il libero professionista, l’ortopedico e lo psichiatra). Il modello del mestiere e della professione include un’estrema varietà di situazioni occupazionali concrete: per esempio un medico è medico che sia cardiologo o psichiatra, che sia un ospedaliero o libero professionista, che sia un professore universitario o uno specializzando etc. Questo modello permette alle persone di passare da un ruolo all’altro senza   perdere identità; permette una visione e una strumentazione a chi programma lavoro e formazione. (…).

(Il testo riportato è tratto da Federico Butera, Sviluppare insieme le competenze digitali e le professioni di futuro, in Mondo Digitale, marzo 2021)

L’EUROPA E L’OCCIDENTE HANNO PERSO FORZA E SIGNIFICATO

 

“Esisti ancora, Europa? Non ti trovo più, tu che sei la mia essenza, la mia fede ma anche il mio infinito sconforto; sedimento di millenni, lingue, religioni, incubi, speranze e convulsioni, dai quali è nata, come per miracolo, l’Idea. Il tuo silenzio è assordante. Ti leggo come un corpo inerte, spezzato e subalterno. Un’alleanza incapace di pensare in grande, ossessionata dalla sicurezza, crocefissa da reticolati, dimentica delle guerre che hanno lacerato la tua carne”. (…continua)

Una dura stagione economica

Con l’aumento dei prezzi dei generi alimentari e le bollette energetiche alle stelle, l’Europa potrebbe vivere un inverno di proteste di piazza, scioperi e manifestazioni di massa. Il rischio è stato segnalato all’inizio di settembre da Verisk, una società di consulenza, in un rapporto che ha evidenziato come anche alcuni dei Paesi più ricchi del Continente, come la Germania o la Norvegia, potrebbero affrontare disordini sociali. Questo non è un atto di divinazione, ma una semplice osservazione. Il Regno Unito, infatti, ha già iniziato a fare i conti con le conseguenze dell’aumento del costo della vita e delle difficoltà quotidiane, fornendo amare anticipazioni: a fine estate un’ondata di proteste stava investendo la nazione, con interruzioni del servizio di trasporto… continua