Un programma elettorale, soprattutto in un periodo di svolta, deve innanzi tutto tentare di delineare dove si intende collocare la città nel prossimo futuro e da qui fare discendere le diverse azioni che si ritiene possano concretizzare questa visione.
Tralasciando tutta la retorica, comune a qualsiasi programma, di una città più bella, più grande, più sicura, che viene incontro ai desideri e alle necessità dei suoi cittadini, ecc. vanno analizzate le questioni di contesto internazionali, nazionali e locali con le quali bisogna fare i conti per contrastarne gli effetti negativi o per utilizzarne le opportunità.
Non c’è dubbio che tali condizioni siano profondamente mutate da quando son state fatte le ultime grandi riflessioni sulla città che hanno poi portato alle importanti scelte sugli assetti strutturali (territorio, welfare, ambiente, cultura) che hanno orientato per alcuni anni e con diversi esiti le politiche delle ultime amministrazioni “di sinistra”.
La crisi economica e sociale dell’ultimo decennio, mai superata e che oggi tende a ripresentarsi con forza, ha generato imponenti sconvolgimenti che naturalmente si sono riflessi anche sulla nostra città.
La crisi del Paese, dei Territori e delle Città viene da lontano ed è crisi non solo economica ma anche sociale, politica, tecnologia, culturale, ambientale conseguenza della svolta neo liberista degli anni ’80 ( il mercato – visto come sistema in grado di autoregolarsi senza l’intervento pubblico associato alla globalizzazione – unificazione dei mercati a livello mondiale).
Tale crisi, in estrema sintesi, ha prodotto:
- la precarizzazione del mercato del lavoro e la riduzione del lavoro a merce, attraverso delocalizzazione produttiva e separazione della produzione materiale – in paesi con basso costo del lavoro – dalla progettazione, ricerca, direzione, organizzazione dei flussi finanziari;
- la deregolazione dei movimenti di capitale (finanziarizzazione dell’economia e squilibrio di rendimento dei capitali speculativi rispetto al capitale industriale);
- più mercato meno Stato basato sul laissez-faire e sulla deregulation;
- una dinamica redistributiva, nell’area dei paesi occidentali, che ha ridotto al 58/60% la quota del PIL destinata al lavoro. In Italia, secondo l’ISTAT, quasi una persona su 4 è a rischio povertà nel 2016. Al Sud il rischio povertà-esclusione è pari al 40 – 45 % mentre al Centro la soglia si ferma al 20 – 23% e al Nord al 15%. [i]
- l’intreccio tra globalizzazione finanziaria e bolle immobiliari, con la rendita urbana ormai prodotto finanziario ( fondi immobiliari) dell’economia di carta e di mattone. [ii]
Nella nostra città l’economia dei flussi, della finanza, dell’internet company e il capitalismo delle reti, oltre naturalmente alla pressione turistica, ha prodotto una trasformazione degli spazi, del loro utilizzo e della qualità della vita che confligge con il “diritto alla città” dei veneziani.
E’ chiaro che occorrerebbero analisi approfondite, che oggi più nessuno fa, sulla struttura sociale della popolazione veneziana, sul funzionamento della struttura economica, sulle tendenze e le prospettive degli assetti territoriali, e così via. La chiusura del COSES da parte dell’Amministrazione comunale da questo punto di vista è stata una scelta cieca di cui non si è stati capaci di valutare le conseguenze in termini di strumenti per l’azione.
Sono però evidenti alcune condizioni generali che hanno assunto negli ultimi anni delle dimensioni che sembrano ormai fuori controllo.
Innanzi tutto l’avanzata devastante della monocoltura turistica, fortemente incentivata dalle scelte di questa amministrazione comunale che sta trasformando tutta la città di terra e di acqua in una ininterrotta struttura alberghiera e in un’unica enorme mensa turistica.
Le due conseguenze principali riguardano la perdita di ogni attività economica che non sia legata al turismo e la perdita del patrimonio abitativo: due fattori che hanno come prima conseguenza il declino inarrestabile della popolazione e la sua trasformazione sociale in un popolo di addetti a scarsa qualificazione al servizio del turismo. [iii]
L’affievolirsi del ruolo di Venezia come snodo fondamentale del sistema infrastrutturale europeo con il venir meno delle ipotesi legate al corridoio cinque, cosa che rende scarsamente attrattiva la localizzazione di servizi di scala nazionale e sovranazionale in aree strategiche della nostra città (Marghera) che infatti non decollano.
Negli anni del boom economico P.to Marghera, uno dei poli più importanti del Paese, occupava circa 33.000 addetti. Nel 2016 l’Osservatorio Porto Marghera rileva che, nella realtà industriale al 31/12/2016, le aziende operanti all’interno del polo industriale sono 841, in crescita rispetto alle 780 censite a fine 2015. Da un punto di vista occupazionale, invece, gli addetti sono 10.498.
La crisi del sistema economico legato all’edilizia, come conseguenza della più generale crisi nazionale (700.000 addetti persi nel settore), oltre che da fattori locali, non compensata dalla realizzazione intensiva di alberghi nell’area veneziana.
- La scarsità di risorse, in parte e solo di recente attenuata dalle disponibilità immesse attraverso gli accordi con il precedente governo, ma che comunque si prospetta come scarsità strategica che incide e inciderà profondamente in particolare sul sistema del welfare della nostra città.
- La perdita di popolazione, frutto dei precedenti fattori, che indeboliscono le stesse capacità operative della comunità urbana. Il dato più rilevante è la perdita di 71.000 abitanti nel Centro Storico: dai 124.000 del 1965 ai 53.000 del 2018. Altri dati significativi riguardano l’ età media (47,5) e l’indice di vecchiaia (rapporto di coesistenza tra la popolazione anziana (65 anni e oltre) e la popolazione più giovane (0-14 anni)) pari nel 2018 a 2,45 per il comune e 3,02 per il centro storico.
Allegato A – Materiali di approfondimento (Popolazione – Occupazione – Flussi) 
note
[i]_ Un rapporto della Fondazione Di Vittorio, sulla base dei dati Ocse, ha rilevato che in Italia dal 2010 al 2017 la retribuzione lorda media si è svalutata del 3,5% pari a circa 1000 €. Su 15 milioni di lavoratori dipendenti del settore privato 12 milioni hanno una retribuzione lorda sotto i 30 mila euro e tra questi circa 4,3 milioni sono sotto i 10 mila euro annui lordi. Nella distribuzione della ricchezza il 5% dei cittadini italiani ricchi detiene il 30% della ricchezza complessiva mentre l’indagine sui bilanci delle famiglie rileva che il 30% più ricco delle famiglie detiene circa il 75% del patrimonio netto totale.
[ii]_ In Italia verso la fine degli anni 90 tutti i grandi gruppi industriali hanno trasferito i patrimoni in fondi immobiliari realizzando la più importante ristrutturazione del capitalismo italiano di fronte alla globalizzazione con lo scopo di risanare debiti, ricapitalizzare imprese. La promozione dell’acquisto della casa ha portato le famiglie ad indebitarsi determinando una aumento dei prestiti per l’immobile che ha consentito il risanamento dei grandi gruppi. In quegli anni la rendita immobiliare ha rappresentato la componente più dinamica e in crescita del PIL nascondendo al tempo stesso la fragilità e il declino del sistema industriale del Paese con un colossale aumento delle disuguaglianze che ha messo e mette a rischio l’equità e la coesione sociale.
[iii]_ Dati: Annuario del turismo) (1978 arrivi 1.946.483 – presenze 6.473.630 = 2017 arrivi 5.034.882 presenze 11.685819